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La Cina e l’Artico

L’onnipresenza della Cina di Xi Jinping sta estendendo da tempo il suo sguardo anche all’Artico. La Cina, in realtà, è molto distante dal cuore dell’Artico, circa 3000 km, e non possiede alcun tipo di estensione che possa conferirle il diritto di reclamare qualcosa. Eppure ha cominciato ad autodefinirsi potenza del vicino-Artico, ha comprato e commissionato numerosi rompighiaccio, ed ha iniziato la sua scalata dalla Groenlandia. La Groenlandia è uno stato autonomo, benché nominalmente controllata dalla Danimarca. Sul suo territorio vi è già una base americana a Thule, e statunitensi e danesi iniziano a preoccuparsi di questo eccessivo interesse cinese. Interesse che si è trasformato in invadenza quando le aziende cinesi si sono interessate alla costruzione di uno o più aeroporti internazionali sull’isola. Nonostante le insistenze di americani e danesi nel respingere l’assalto cinese, i capitali provenienti dalla Cina fanno gola a molti, perché le prospettive di sviluppo sono importanti.

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Il caso Huawei nella contesa tra Cina E USA

In questi giorni di fine 2018 ed inizio 2019 si sono susseguiti gli arresti di persone legate alla Huawei, la principale azienda tecnologica cinese. Nell’agosto del 2018 il presidente USA Donald Trump ha bandito l’utilizzo di tecnologia Huawei da tutte le amministrazioni pubbliche statunitensi. La ragione principale è che vi sono problemi legati alla sicurezza dei dati, essendo Huawei considerata molto vicina al governo centrale cinese, se non un suo strumento diretto. Governi del mondo occidentale hanno seguito l’incipit di Trump vietando o limitando l’utilizzo di tale tecnologia e indagando dirigenti ed impiegati a vario titolo. La ragione che sottende queste scaramucce tecnologiche è il 5g, la nuova tecnologia che sosterrà lo sviluppo digitale del futuro, nel cui sviluppo Huawei ha un indubbio vantaggio su tutti i principali concorrenti.

The struggle for Bougainville

Il 2019 potrebbe rivelarsi un anno interessante per una piccola e sperduta isola del Sud Pacifico. L’isola di Bougainville, amministrativamente appartenente alla Papua Nuova Guinea, ma dotata di ampia autonomia, terrà uno storico referendum sull’indipendenza il 15 giugno 2019. Fonti e sondaggi non ufficiali hanno rivelato che gran parte della popolazione, circa 200 mila persone, è favorevole all’indipendenza, nonostante il referendum sia esclusivamente consultivo e potrebbe non avere effetti diretti sullo status dell’isola. Il governo della Papua Nuova Guinea non è, ovviamente, favorevole all’indipendenza dell’isola, ma bloccare con la forza un eventuale processo democratico popolare potrebbe provocare rivolte e manifestazioni violente. Al netto del risultato del 15 giugno, l’isola di Bougainville rischia di diventare l’ennesimo punto di frizione tra interessi statunitensi e cinesi nell’area. Sull’isola sono presenti numerosi e ingenti depositi di rame, tra i quali spicca la miniera di Panguna, chiusa dal 1989 dopo lo scoppio della guerra civile sull’isola. I minerali di Bougainville fanno gola ai cinesi, affamati di risorse che possano sostenere la tumultuosa crescita economica del loro paese, i quali possono contare sul fatto che il governo della Papua Nuova Guinea necessita di fondi sostanziosi e di investimenti infrastrutturali. La Cina, attraverso la China Metallurgic Group e i fondi della Export-Import Bank of China, sta già investendo 1.4 miliardi di dollari per lo sviluppo di una miniera di cobalto e nickel in Papua Nuova Guinea. Nel prosieguo del vertice APEC, tenutosi proprio in Papua Nuova Guinea, Australia e Nuova Zelanda si sono unite a Giappone e Stati Uniti nell’annunciare un piano di investimenti nella rete elettrica locale, mentre il vice presidente americano Mike Pence ha annunciato l’intenzione di costruire una base sull’isola di Manus. Ciò che si sta verificando per l’isola di Bougainville è un copione visto e rivisto per altre aree del Pacifico, come ad esempio a Vanuatu dove il governo ha siglato un accordo con Pechino per entrare nel mastodontico progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative, scatenando, cos’, l’improvviso interesse di americani ed australiani pronti a offrire altrettanti benefits e accordi militari.

Addio all’OPEC

Lo scorso 3 dicembre il Qatar ha annunciato che, a partire dal 1 gennaio 2019, lascerà l’OPEC, l’organizzazione che raggruppa i principali paesi produttori ed esportatori di petrolio. Nel corso di una conferenza stampa che ha preceduto lo svolgimento del meeting OPEC del 6dicembre, il ministro dell’energia qatariota Saad al-Kaabi ha annunciato la fine della partecipazione del suo paese, dopo oltre mezzo secolo. La decisione, in via ufficiale, sarebbe stata dettata dalla volontà del Qatar di concentrarsi maggiormente sulla principale risorsa del paese, ovvero il gas, di cui è uno dei principali produttori mondiali (77 milioni di tonnellate all’anno), mettendo in secondo piano la minor produzione petrolifera (circa 600 mila barili al giorno). Nonostante le smentite governative di rito, la decisione del Qatar appare legata al alle tensioni con la vicina Arabia Saudita che da 18 mesi boicotta il piccolo paese mediorientale, accusandolo di sostenere l’Iran. La decisione si inserisce, inoltre, in quadro globale molto complesso: Iran e Arabia Saudita stanno conducendo da 4 anni una sanguinosa guerra per procura nello Yemen, gli USA di Donald Trump vorrebbero ridurre l’influenza che l’OPEC detiene da tempo in campo petrolifero e stanno per approvare il NOPEC ACT, la Russia cerca maggior influenza nonostante non sia membro dell’organizzazione, la Cina preme con le sue richieste energetiche sempre più impellenti, il prezzo del barile è in picchiata. Probabilmente la decisione del Qatar non influirà sulle future scelte strategiche dell’OPEC, ma un nuovo elemento di disturbo arricchirà il montante caos globale.

La conquista del Pacifico passa anche per la Papua Nuova Guinea

Il recente vertice APEC svoltosi in Papua Nuova Guinea ha evidenziato l’emersione di uno scontro sempre più forte tra Australia e Cina nell’area meridionale del Pacifico. Lo scontro è diventato forte rispetto al finanziamento dello sviluppo del porto di Manus Island, situato nella costa settentrionale del paese. Quando il primo ministro della Papua Nuova Guinea, Peter O’Neill, ha paventato la possibilità che la Cina potesse finanziare lo sviluppo del porto di Manus Islanda, la reazione della politica australiana, nonostante le difficoltà degli ultimi tempi, è stata unanime e decisa. Un’offerta di finanziamento più vantaggiosa è stata presentata, nella paura che il porto, una volta ultimata, potesse ospitare regolarmente navi militari cinesi. La risposta australiana è stata decisa e forte perché il governo cinese, da tempo, sta investendo molti capitali per cercare di affermare un ruolo di preminenza in quest’area del Pacifico. Proprio nel corso del vertice APEC Australia e Papua Nuova Guinea hanno siglato l’accordo preliminare per lo sviluppo del porto. Ma l’offensiva cinese non è facile da bloccare, infatti, a margine del vertice APEC, Xi Jinping, approfittando dell’assenza di Donald Trump, ha incontrato i leader dei paesi del Pacifico per sottoporre i progetti infrastrutturali della Cina nell’area. Insomma, lo scontro tra Cina e USA non si limita al solo piano commerciale, ma anche a quello strategico dove, l’Australi, alleato di ferro degli Stati Uniti potrà svolgere un ruolo fondamentale.

Quale strategia per la Russia in Afghanistan?

In questi giorni concitati, nei quali sono tornati alla ribalta i tormentati rapporti tra Russia e Ucraina, è interessante capire a che gioco sta giocando il gigante sovietico in un altro scenario, quello afghano. All’inizio del mese, il governo russo ha ospitato una conferenza di pace sull’Afghanistan, alla quale hanno partecipato anche rappresentanti talebani, molti dei quali ufficialmente considerati terroristi dai russi. È uno dei primi passi ufficiali della Russia nei confronti dei talebani, dopo che contatti non ufficiali c’erano stati negli anni 90. La prima motivazione di questo riavvicinamento è che le aree controllate dai talebani sono al confine con le ex repubbliche sovietiche di Uzbekistan e Tagikistan, e c’è il rischio che l’insicurezza possa allargarsi. Il motivo strategico è che la Russia di Vladimir Putin voglia imporsi come attore importante nella regione, per ingaggiare gli Stati Uniti in un altro terreno, in quella sorta di Guerra Fredda 2.0 che da alcuni anni riempie il dibattito politico mondiale. C’è il rischio, anche, che siano i talebani a condurre il gioco, ovvero che vogliano mostrare agli Stati Uniti, attore primario dello scenario afghano, che hanno la carta russa da giocare, nel caso le cose non andassero come pensano loro. Il tutto mentre il presidente statunitense Donald Trump, allo scopo di guadagnare consensi in vista delle elezioni presidenziali del 2020, potrebbe decidere per una soluzione definitiva al quasi ventennale schieramento di truppe americane sul suolo afghano. Senza dimenticarsi della Cina…

Gli USA in ritirata dal continente africano

È passata un po’ in sordina la notizia che il Pentagono ha deciso di ritirare, progressivamente, una parte delle sue truppe concentrate nelle operazioni di anti terrorismo in Africa. Lo scopo è quello di incrementare lo sforzo contro le minacce provenienti da Russia e Cina, i principali competitor strategici degli Stati Uniti. In particolar modo verranno ridotti i contingenti nell’Africa dell’Ovest, dove le operazioni passeranno dall’assistenza tattica all’advising, mentre rimarranno stabili le forze impiegate nel Corno d’Africa.

Il Vietnam ha siglato il TPP-11

Lo scorso 12 Novembre 2018 il governo vietnamita ha approvato il Comprehensive and Progressive Agreeement for Trans-Pacific Partnership (TPP-11). Il Vietnam è diventato il settimo paese a ratificare l’accordo commerciale rifiutato dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, dopo le ratifiche di Australia, Giappone, Canada, Messico, Singapore e Nuova Zelanda. L’accordo dovrebbe portare ad una riduzione delle tariffe doganali tra i segnatari, le cui economie, al momento, si aggirano sui 10mila miliardi di dollari. La principale ragione che ha spinto il Vietnam a partecipare a questo accordo, nonostante la dipartita americana, è stata la paura di subire le conseguenze indirette dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina. L’economia vietnamita è basata principalmente sulle esportazioni e la necessità di diversificare i propri mercati di sbocco era diventata impellente. Dal punto di vista strategico il Vietnam rimane sempre nell’orbita statunitense, costituendo uno dei baluardi contro l’eccessivo espansionismo cinese nella regione. Le ragioni economiche spesso si intrecciano con quelle strategiche e la partecipazione al TP11 è un modo per mantenere i legami con gli Stati Uniti, essendo in molti convinti che alla fine Donald Trump deciderà di ritornare indietro sui suoi passi, siglando il Trans Pacific Partnership.

Elezioni nel Donbass

Domenica scorso si sono svolte delle tornate elettorali nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, regioni ucraine controllate da milizie pro-Russia sin dal 2014. I risultati dello spoglio hanno confermato alla guida delle due regioni separatiste i due leader attualmente in carica, ovvero Denis Pushilin a Donetsk e Leonid Pasechnik a Lugansk, con rispettivamente il 61% ed il 68% dei voti espressi. Le elezioni sono state dichiarate illegali e illegittime dai principali stati europei che sostengono l’Ucraina, sostenendo che queste tornate elettorali sono contrarie agli accordi di Minsk siglati nel 2015. L’influenza/controllo sulle due regioni da parte di Mosca, ed in maniera diretta di Vladimir Putin, è evidente, nonostante le smentite ufficiali del governo russo, e mira a creare delle regioni cuscinetto al confine tra Europa (vedi Stati Uniti) e Russia.