L’ARGENTINA SFIDA GLI USA

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Continua in punta di diritto economico-giudiziario l’infinita querelle tra Argentina e gli Stati Uniti, per il pagamento del debito del gigante sudamericano. Alcuni mesi fa, un giudice della corte distrettuale di New York, Thomas Griesa, aveva bloccato i fondi argentini disponibili presso una banca fiduciaria del governo di Buenos Aires, la Bank of New York Mellon, per impedirgli il pagamento delle cedole sui titoli di stato ristrutturati, condannando, di fatto, il paese ad un nuovo default. Il governo argentino sostiene che non c’è stato nessun default perché contesta la decisione del giudice americano che impone il pagamento ad alcuni hedge funds: per tutta risposta il ministro dell’economia argentino ha dato mandato di depositare 161 milioni di dollari presso una banca fiduciaria, la Banco de la Nacion Fideicomiso, per aggirare il blocco del giudice statunitense e pagare i primi bond ristrutturati in scadenza. Non si sa come potrebbe finire la vicenda, che presenta complessi aspetti giuridico-amministrativi; di certo è che la dialettica USA-Argentina è tutt’altro che docile, con gli argentini che imputano agli americani le colpe dei loro problemi finanziari. Gli hedge funds statunitensi sono definiti “avvoltoi” dagli argentini perché non hanno accettato alcun tipo di ristrutturazione del debito, richiedendo il pagamento integrale, dopo aver comprato i bond argentini a due soldi a seguito il default del 2001. I fondi dissenzienti vantano un credito di circa 1,5 miliardi di dollari, pari al 100% del valore nominale dei titoli acquistati, più gli interessi, mentre color che hanno accettato la ristrutturazione hanno diritto solo al 30% del valore, più gli interessi.

FONTI
Euronews
Informare
Reuters

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PILLOLE GEOPOLITICHE: 16 OTTOBRE 2014

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SIRIA: dopo due giorni di scontri accesi, i militanti dell’IS si sono ritirati da alcune zone della città di Kobane.

LIBIA: le forze fedeli al generale Khalifa Haftar hanno lanciato una seri di attacchi per riprendere il controllo della città di Bengasi.

AFGHANISTAN: le forze di sicurezza afghane hanno rivelato di aver catturato due top leader del network di Haqqani, ovvero Anas Haqqani e Hafiz Rashid.

YEMEN: miliziani di AQAP hanno preso il controllo di alcune aeree del sud del paese, dopo violenti scontri con i ribelli Houthi che hanno causato la morte di 10 persone.

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO: l’incursione nella città di Beni di un gruppo ribelle, probabilmente l’Adf-Nadu, ha provocato la morte di 26 persone.

LA COOPERAZIONE MILITARE IN RISPOSTA A BOKO HARAM

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I leader di Nigeria, Ciad, Niger, Benin e Camerun hanno annunciato di aver trovato un accordo definitivo per la creazione di una forza multinazionale per implementare la lotta contro Boko Haram, il gruppo militante islamico, legato ad al-Qaeda che da diversi anni minaccia la stabilità del gigante nigeriano e della intera regione occidentale del continente africano. I quattro capi di stato e un rappresentante del presidente del Camerun, si sono incontrati a Niamey, capitale del Niger, ed hanno annunciato che dal prossimo novembre sarà costituita una forza di intervento rapido multinazionale: i paesi firmatari dell’intesa dovrebbero fornire tra i 700 e i 1000 soldati ciascuno, sotto la direzione di unico centro di comando, il cui capo deve essere ancora definito. Nello specifico, al Benin, il cui territorio si estende dall’Oceano Atlantico al nord del Sahel è stato chiesto di dispiegare un battaglione aggiuntivo al confine con la Nigeria, al fine di evitare l’espandersi della minaccia o i contatti con altri gruppi jihadisti del nord. La minaccia di Boko Haram va avanti ormai da cinque anni ed ha causato la morte di centinaia di persone in Nigeria ed, ultimamente, ha aumentato il proprio raggio d’azione al vicino Camerun, con incursioni mirate in Niger e Ciad. Il meeting di Niamey fa seguito al summit di Parigi del maggio scorso, dove i leader dell’area, sulla spinta emotiva del rapimento delle circa 300 ragazze e della conseguente campagna Bring Back Our Girls, avevano promesso una maggiore collaborazione per una risoluzione comune della minaccia.

FONTI
The News Chronicle
Reuters
ABC
Channels TV

PILLOLE GEOPOLITICHE: 15 OTTOBRE 2014

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IRAQ: IS ha rivendicato l’attacco avvenuto a Baghdad martedì 14 ottobre che ha causato la morte di 24 persone, tra i quali un influente membro sciita del parlamento.

TURCHIA: jet militari turchi hanno colpito alcune capisaldi del PKK, vicino al confine con l’Iraq, rompendo di fatto un cessate il fuoco che durava da un anno.

PAKISTAN: alcuni capi dei talebani pakistani hanno giurato fedeltà ad IS e al suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi.

BOLIVIA: Evo Morales è ufficialmente il presidente della Bolivia. È il suo terzo mandato consecutivo.

MOZAMBICO: sono iniziate le quinte elezioni generali nel paese africano dal 1975. A contendersi la vittoria i due partiti principali RENAMO e FRELIMO.

SPAGNA: gli indipendentisti catalani hanno abbandonato la possibilità di indire un referendum per l’indipendenza della Catalogna, a seguito del ricorso del governo centrale di Madrid. Adesso, puntano ad una consultazione alternativa.

LA CORSA AL PETROLIO AFRICANO SI ESTENDE AL SENEGAL

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La società petrolifera britannica Cairn Energy, per bocca del suo chief executive Simon Thompson, ha annunciato di aver scoperto petrolio nell’area di esplorazione denominata FAN-1, situata a circa 70 miglia dalla costa del Senegal. Cairn Energy guida con il 40% un consorzio che comprende anche Conoco Phillips al 35%, FAR Ltd al 15% e la compagnia di stato senegalese Petrosen al 10% e si occupa di tre blocchi d’esplorazione offshore a sud di Dakar (Sangomar Deep, Sangomar e Rufisque per un totale di 7.490 chilometri). La società si è premurata di dichiarare che ulteriori ricerche saranno condotte per valutare l’entità della scoperta. Dalle prime stime si attendono tra 250 milioni a 2,5 miliardi di barili. Si tratta di una scoperta importantissima e senza precedenti per un paese che spera di agganciarsi alla nuova frontiera della produzione petrolifera africana dopo le recenti scoperte che hanno riguardato Mauritania, Liberia, Ghana e Costa d’Avorio. Ma la Cairn non è l’unica ad agire in territorio senegalese: la compagnia petrolifera e mineraria israeliana Elenilto, operativa in Senegal dal 2013, sta portando avanti ricerche approfondite sul blocco SOSSB (Senegal Offshore Sud Shallow Block), situato nel bacino offshore della regione di Casamance, dopo che in maggio aveva annunciato di aver individuato riserve pari a 1,5 miliardi di barili di greggio.

FONTI
Conoco Phillips
Reuters
The Sidney Morning Herald
Cairn Energy
Lookout

LA CINA ENTRA NEL CORTILE DI CASA STATUNITENSE: IL CANALE DI NICARAGUA

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Nel caotico scenario globale che si è delineato agli inizi del 21° secolo, la corsa per la conquista di un posto di rilievo si fa sempre più serrata e anche la messa in opera di una infrastruttura costituisce la possibilità di scalare posizioni nel “ranking” mondiale. Il paese in questione è il Nicaragua, e l’infrastruttura che potrebbe trasformare il paese in un nuovo e grande hub commerciale è la costruzione di un secondo canale per l’attraversamento dell’istmo di terra che costituisce il territorio dell’America Centrale. Mentre a Panama si stringevano gli ultimi contestati accordi per il progetto di allargamento del canale omonimo, che dovrebbe essere operativo nel 2016, le autorità nicaraguensi concedevano alla Hong Kong Nicaragua Development Investment, società cinese con sede fiscale alle isole Cayman, di proprietà del miliardario semi-sconosciuto Wang Jing, i permessi per la costruzione, e la gestione per i prossimi cinquant’anni, di un nuovo canale. Il canale di Nicaragua dovrebbe essere lungo circa 300 chilometri e accogliere navi due volte più grandi di quelle che potrà accogliere Panama quando sarà allargato: 250mila tonnellate di stazza in Nicaragua contro le 110mila di Panama. Anche se nella capienza la differenza è quasi nulla: 14mila teu l’eventuale Canale di Nicaragua e 13mila il canale di Panama allargato. La costruzione del canale, che prevede il collegamento tra il porto di Punta Gorda sull’Atlantico e quello di Brito sul Pacifico, passando per il lago Nicaragua, dovrebbe cominciare nel dicembre di quest’anno, per concludersi all’alba del 2020. Le perplessità relative alla fattibilità ambientale ed economica del progetto sono molte: si tratta di una zona vulcanica e sismica, occorrerebbe realizzare un’importante diga, il lago Nicaragua è la più grande riserva di acqua dolce di tutto il Centro America, ci sono dubbi sulle disponibilità finanziarie, sono previsti numerosi espropri di terre ma non sono stati previsti stanziamenti per gli indennizzi, il che lascia immaginare un crescendo di forti proteste popolari nel momento in cui i lavori dovessero iniziare. Comunque, alla base della decisione di costruire questo secondo canale esiste una forte motivazione geopolitica che combacia apertamente con gli interessi cinesi. C’è, chiaramente, la necessità di assicurarsi il controllo di un chokepoint strategicamente importantissimo che collegherà Oceano Pacifico e Oceano Atlantico, riducendo fortemente i costi e i tempi di navigazione, ma soprattutto permettendo di sottrarsi al controllo che gli USA detengono, oramai informalmente, sul Canale di Panama. Inoltre, la possibilità di sfruttare il canale per cinquant’anni da parte della HKNDI, quindi indirettamente da parte della Cina, permetterebbe di creare una testa di ponte per gli affamati fondi di investimento cinesi che da tempo cercano di “entrare” nel continente latinoamericano.

International Business Time
Informazioni Marittime
La Voce della Russia

PILLOLE GEOPOLITICHE : 13 OTTOBRE 2014

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BOSNIA: elezioni nel paese balcanico. Ad un primo esame sarebbero in vantaggio tutti i partiti nazionalisti/etnici delle tre entità che costituiscono la federazione di Bosnia ed Erzegovina.

BOLIVIA: elezioni presidenziali in Bolivia e probabile terzo mandato per Evo Morales.

IRAQ: i militanti di IS sarebbero alle porte di Baghdad.

CAMERUN: i miliziani di Boko Haram hanno liberato 27 prigionieri, tra i quali vi è anche la moglie del vice Primo Ministro camerunense. Probabile il pagamento di un riscatto.

SOMALIA: un attentato nella capitale somala Mogadiscio ha provocato la morte di sei persone. Principale sospettato è Boko Haram.

PILLOLE GEOPOLITICHE: 9 OTTOBRE 2014

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YEMEN: un attacco dei militanti di al-Qaeda a Bayda, nel sud del paese, ha provocato la morte di 9 persone, ritenute vicine ai ribelli sciiti Houthi che da mesi assediano la capitale Sana’a. Nella capitale un attacco suicida, rivolto contro gli Houthi intenti a manifestare, ha causato la morte di 42 persone.

SIRIA: continua l’assedio della città di Kobane da parte dei militanti dell’IS, nonostante i raid aerei della coalizione a guida statunitense. La Turchia, per bocca del suo ministro degli esteri, ha affermato che un intervento di terra da parte esclusivamente delle proprie forze è impensabile.

COREA DEL NORD: Kim Jong-un è assente dalla scena politica nordcoreana da più di un mese. Si susseguono, pertanto, le voci di una sua destituzione.

YEMEN @ SANA’A > 42 MORTI

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(BBC)

È ancora imprecisato il numero dei morti, che comunque oscilla attorno ai 40, di un attacco suicida avvenuto oggi nella capitale yemenita Sana’a. L’attacco, la cui dinamica è ancora da chiarire, sarebbe rivolto contro i ribelli sciiti Houthi, da tempo in pieno controllo della capitale, che hanno rigettato la nomina di un nuovo primo ministro fatta dal presidente Abd Rabbo Mansur Hadi per stemperare il clima rovente. Secondo l’agenzia MISNA l’attentato è avvenuto mentre un gruppo di sostenitori e affiliati agli Houthi si preparavano per manifestare contro il presidente yemenita, colpevole di essere al soldi di USA e Arabia Saudita. Ad un primo momento si pensava ad un’autobomba, ma non essendo visibili i resti di nessuna vettura, si ritiene plausibile l’ipotesi di un attentatore suicida.

PILLOLE GEOPOLITICHE: 8 OTTOBRE 2014

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YEMEN: i miliziani sciiti Houthi, che da alcune settimane hanno preso il controllo della capitale, hanno respinto la nomina del nuovo primo ministro yemenita, proposta dal presidente Abd Rabbo Mansour Hadi nel tentativo di stemperare la tensione e liberare la capitale Sana’a dai ribelli.

LIBANO: una bomba messa dai miliziani di Hezbollah al confine con Israele ha fatto saltare in aria un mezzo dell’esercito israeliano provocando il ferimento di due soldati. Immediata la risposta di Israele che ha bombardato la zona dell’accaduto.

MALI: un peacekeeper senegalese è morto, a seguito di un lancio di razzi sulla città di Kidal da parte di truppe ribelli.

CIPRO: le autorità cipriote hanno sospeso i colloqui per la normalizzazione con la parte turca, a causa della decisione del governo di Ankara di dar vita a trivellazioni petrolifere in una zona già assegnata dal governo di Nicosia.

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