Analisi di rischio politico

I report prodotti da SACE, società che fornisce alle aziende analisi sul rischio politico e sugli investimenti esteri, durante il mese di gennaio hanno evidenziato alcuni fatti geopolitici interessanti.

CINA
L’economia cinese accelera nel quarto trimestre 2012, con una crescita attesa dell’8% dopo il +7,4% registrato nel terzo trimestre. Segnali incoraggianti vengono dalla bilancia commerciale che, per il 2012, ha mostrato un surplus di USD 231 miliardi, con un aumento rispetto al 2011 superiore al 50%, dopo tre cali annuali consecutivi. Buona crescita delle importazioni di greggio, minerali ferrosi e rame. Secondo i dati della dogana cinese, l’import di greggio e rame è cresciuto rispettivamente del 6,8% e del 14,1%, tassi superiori a quelli registrati nel 2011. Da segnalare la crescita record delle importazioni di cereali e allumina, più che raddoppiate.

IRAN
Gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni contro l’Iran, con l’obiettivo di ostacolarne il programma nucleare. Le disposizioni, contenute nel National Defense Authorization Act (NDAA) 2013, si focalizzano su energia, trasporti e cantieristica navale, tre settori ritenuti suscettibili di generare proventi che potrebbero essere reimpiegati nel programma nucleare. L’NDAA ha aumentato inoltre il numero di materiali di cui è proibita la fornitura all’Iran, includendo anche metalli preziosi, grafite, metalli grezzi o semi lavorati, carbone e software per processi industriali.

IRAQ
La regione semiautonoma del Kurdistan ha iniziato a esportare petrolio direttamente sui mercati internazionali. La più grossa società petrolifera operante nella regione, Genel Energy, ha infatti ottenuto il permesso dal governo kurdo di esportare greggio in Turchia. La società punta a produrre 200.000 b/g entro il 2013, mentre il target per l’export verso la Turchia è di 20.000 b/g entro 6-8 settimane. Sale dunque la tensione tra governo regionale e centrale, già alta per i contratti siglati dal Kurdistan con varie società petrolifere, ritenuti illegali da Bagdad. Le reazioni del governo centrale verso la Turchia non si sono fatte attendere: Bagdad ha revocato un accordo di esplorazione con la società turca TPAO sostituendolo con un’altra società, la Kuwait Energy.

PAKISTAN
La Corte Suprema ha ordinato l’arresto del primo ministro, Raja Pervez Ashraf, accusato di corruzione per atti legati ad alcuni progetti energetici, quando ricopriva l’incarico di ministro dell’energia sotto l’attuale governo. Il leader musulmano Muhammad Tahirul Qadri, vicino agli ambienti militari, guida le proteste popolari nella capitale. La lunga storia di colpi di stato da parte dell’esercito alimenta le tensioni e i timori circa la stabilità politica del paese.

ISRAELE
Benjamin Netanyahu continuerà a guidare il paese come primo ministro, ma dovrà trovare un’intesa per un’ampia coalizione di governo. L’esito delle elezioni ha visto ridursi la presenza dei due partiti che lo sostengono, il suo Likud e il Yisrael Beitenu, che hanno ottenuto 31 dei 120 seggi dello Knesset, rispetto ai precedenti 42. Risultato inaspettato per la nuova formazione centrista, Yesh Atid, guidata da Yair Lapid, ex giornalista televisivo, che ha ottenuto 19 seggi. Netanyahu si prepara quindi al terzo mandato da premier, con un parlamento spaccato perfettamente a metà tra partiti di centro-destra e di centro-sinistra.

EGITTO
Si intensifica l’opposizione nei confronti del presidente Morsi. Nel secondo anniversario della rivoluzione, si sono registrati scontri e manifestazioni in diverse aree del paese, con un bilancio di decine di morti. Le autorità hanno risposto con la reintroduzione dello stato di emergenza nei governatorati di Ismailia, Port Said e Suez. Morsi ha lanciato un appello al dialogo nazionale, anche sul tema della riforma costituzionale, nel tentativo di contenere le tensioni. Le opposizioni hanno però respinto la proposta, sottolineandone i limiti e chiedendo maggiore chiarezza sull’agenda politica. L’instabilità istituzionale e le tensioni sociali continuano a gravare sulla fragile economia egiziana, come rileva il recente downgrade di Fitch (da B+ a B).

UCRAINA
Cresce la tensione con la Russia per la fornitura di gas. Dopo l’annuncio, la scorsa settimana, di un accordo tra Kiev e Shell per sfruttare lo shale gas del giacimento di Yuzivska, è arrivata la notizia di un conto da USD 7 miliardi presentato da Gazprom al governo ucraino per la fornitura di gas relativa al 2012. La compagnia russa ritiene che Naftogaz, società statale ucraina del gas, abbia violato i termini contrattuali, importando meno gas di quanto stabilito. Naftogaz respinge l’accusa al mittente e, secondo alcune fonti, non avrebbe intenzione di pagare. L’ennesima disputa sulla fornitura energetica tra l’Ucraina e Gazprom giunge in un momento difficile per il paese, che ha iniziato le trattative per un piano di aiuti del FMI da USD 15 miliardi.

VIETNAM
Firmato un accordo con Giappone e Kuwait per la costruzione della nuova raffineria di Nghi Son, del valore di USD 9 miliardi. L’impianto, che diverrà operativo nel 2017 e produrrà 200.000 barili di petrolio al giorno, sarà controllato per il 25,1% dalla società statale Pietrovietnam. La giapponese Idemitsu Kosan e Kuwait Petroleum International avranno una quota del 35,1% cadauno, mentre Mitsui Chemicals, sempre nipponica, controllerà il rimanente 4,7%. Secondo quanto riferito da Petrovietnam, la raffineria di Nghi Son, insieme a un altro impianto già esistente, dovrebbe assicurare la copertura del 65% delle necessità di prodotti petroliferi raffinati del paese, che attualmente dipende dalle importazioni.

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Notiziario Geopolitico

NIGER. La Francia ha inviato il 29 gennaio, dal confinante Mali, forza speciali a protezione dei giacimenti di uranio e delle strutture della società Areva, per contenere le minacce di attacchi terroristici dopo l’operazione terroristica di In Amenas.

YEMEN. Il 29 gennaio le autorità yemenite, con la cooperazione della Marina Militare statunitense, hanno intercettato e sequestrato una nave che trasportava un carico di armi, tra cui missili terra-aria, mentre stava lasciando la provincia di Abyan, nel sud del Paese. Con molta probabilità il carico di armi è di provenienza iraniana e diretto agli integralisti yemeniti.

ISRAELE. Caccia israeliani hanno effettuato un raid in territorio siriano il 30 gennaio. Il bersaglio del raid era un convoglio che trasportava sofisticate armi antiaeree alla periferia di Damasco, destinato alla milizia libanese Hezbollah. Il Dipartimento di Stato e della Difesa americani si sono astenuti dal commentare l’episodio; condanne sono invece giunte da Mosca e dalla Lega Araba.

NIGERIA: Damboa < 18 morti

Un commando di presunti membri dell’organizzazione terroristica nigeriana Boko Haram ha aperto il fuoco su un mercato nella località nordoccidentale di Damboa, uccidendo 18 persone. Secondo il governo nigeriano, gli autori dell’attentato sarebbero islamisti affiliati alle organizzazioni transnazionali che in questi ultimi tempi stanno dilagando in varie zone dell’Africa, compreso il Mali. L’appartenenza dei cecchini a una di queste organizzazioni sembrerebbe essere confermata dal bersaglio scelto: un mercato in cui si vendono carne di scimmia e di maiale, animali non commestibili secondo i precetti dell’Islam.

Guerra nel Sahelistan

L’intervento francese in Mali è sembrato come un fulmine a ciel sereno, molti non hanno ancora capito il perché. Tutto questo in Italia è merito della scarsa qualità dell’informazione, tutta presa a commentare le litanie giornaliere dei politici, incapace di interessarsi a ciò che accade fuori dai confini italici. In realtà la decisione francese di intervenire nel paese saheliano ha seguito un percorso fatto di tappe ben precise, scandite da una situazione politica che in Mali rasentava lo sfacelo.
La situazione generale in Mali non è mai stata ottimale, ed è degenerata nuovamente, fino a trasformarsi in guerra civile, nel 2012. Ciò è stato posto in relazione con gli eventi nella vicina Libia: si ritiene infatti che numerosi tuareg abbiano partecipato alla guerra civile dalla parte di Gheddafi e dopo la sconfitta di quest’ultimo siano rientrati in Mali, con in dote nuove esperienze belliche e nuovi armamenti. Le stime variano tra gli 800 e 4000 veterani rientrati dalla Libia. A condurre la lotta è il Tankra n Tumast ḍ Aslalu n Azawd, ossia il Movimento Nazionale di Liberazione del Azawad (MNLA). Azawad è il nome che i Tuareg danno alla metà settentrionale del Mali. Tra gennaio e marzo 2012, il MNLA ha rapidamente preso il controllo di gran parte del settentrione del Mali. L’Esercito maliano, ripetutamente sconfitto, ha scaricato la colpa sul governo, biasimato per aver fornito armi ed equipaggiamenti in maniera insufficiente. Il 22 marzo una rivolta militare, scoppiata in maniera apparentemente spontanea a partire dalla vicina base di Kati, ha portato alla presa di Bamako e alla proclamazione d’un governo di transizione guidato dal capitano Amadou Sanogo. Il golpe ha però incontrato una forte ostilità sia all’interno del Mali, con la condanna anche da parte dei partiti d’opposizione, sia a livello internazionale. Il disordine creatosi nel paese ha portato inoltre alla caduta nelle mani del MNLA delle tre maggiori città settentrionali, ch’erano ancora in mano ai governativi: Goa, Kidal e Timbuctù. Dopo tali conquiste, il MNLA ha proclamato l’indipendenza dell’Azawad. I militari ribelli, vista la situazione, hanno preferito scendere a patti ed accettare una mediazione della ECOWAS, l’organizzazione di cooperazione degli Stati dell’Africa Occidentale, in virtù della quale Touré è stato sostituito da un presidente ad interim (Dioncounda Traoré della ADEMA) e i golpisti hanno ricevuto l’immunità.
A rendere ancor più complesso il quadro della situazione è stata l’apparizione di movimenti islamisti radicali nel Nord del paese, presto divenuti protagonisti di rilievo nella guerra civile in corso. Il gruppo principale è quello diʾAnṣār ad-Dīn. Anch’esso è di matrice prevalentemente tuareg: il suo capo, Iyad Ag Ghaly, è stato uno dei leader delle ribellioni dagli anni ’80 ad oggi. Scopo di Anṣār ad-Dīn sarebbe mutare il carattere laico dello Stato maliano e imporre una stretta osservanza della sharīʿa. Il gruppo islamista, la cui consistenza numerica pare comunque più ridotta rispetto al MNLA, ha inizialmente combattuto al suo fianco, ma nel corso del 2012, dopo la conquista di gran parte dell’Azawad, hanno cominciato a sorgere dei dissidi, anche a causa della distruzione di mausolei sufi da parte degli islamisti, che li considerano esempi d’idolatria. Le due formazioni hanno quindi cominciato a combattersi dal giugno 2012, e ʾAnṣār ad-Dīn ha da allora preso il controllo di tutti i principali centri urbani del Mali Settentrionale. Il MNLA, che controlla ora solo aree rurali e desertiche dell’Azawad, sta riapprocciandosi al governo di Bamako, plausibilmente sulla base della concessione di un’ampia autonomia, per affrontare la comune minaccia islamista.
Questo è dunque il contesto locale in cui s’inserisce l’intervento francese, preparato da Parigi sul piano diplomatico tramite l’emanazione delle due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, 2071 e 2085 (rispettivamente 12 ottobre e 20 dicembre 2012), che prevedono il dispiegamento d’una missione militare africana di supporto all’Esercito del Mali. Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità l’invio nel Mali di caschi blu africani in supporto all’esercito per riprendere il controllo del nord del Paese da mesi in mano a gruppi ribelli tuareg affiliati ad Al Qaeda. I 15 paesi hanno dato via libera ad un mandato di un anno per “usare tutte le misure necessarie” ad aiutare il governo maliano. L’intervento non era previsto a breve, ma dopo la presa della città di Konna, sulla riva destra del Niger, da parte degli islamisti il 10 gennaio scorso, i Francesi hanno deciso di passare all’azione. L’11 gennaio è stata dunque lanciata la Opération Serval, una campagna d’attacchi aerei contro le postazioni degl’islamisti cui segue l’impiego di truppe terrestri. Sono 1400 i soldati francesi impegnati nell’operazione militare in Mali. Ma Parigi non è sola nell’affrontare i miliaziani jihadisti che dalla primavera scorsa controllano il Nord del Paese. I militari francesi sono attualmente impegnati nelle operazioni di terra, mentre non si fermano i raid aerei. Il fronte è nel centro del Paese con scontri soprattutto a Diabali e Konna, dove l’esercito maliano e le truppe francesi combattono per aprirsi un varco verso il Nord. Aerei francesi pattugliano i confini con Algeria e Mauritania da dove si teme l’arrivo di rinforzi ai miliziani.
La più grande preoccupazione della comunità internazionale e dei Paesi dell’Ecowas è che il Mali diventi come l’Afghanistan. Come annunciato dal Ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, l’operazione militare, che si inscrive in un contesto locale e regionale molto complicato, mira a scongiurare il pericolo di un “Sahelistan”, ossia di una ripetizione della vicenda afghana nel Sahel. Lo scenario più verosimile è quello che il precipitoso intervento militare francese possa produrre un impantanamento delle forze in campo, impegnate in un’interminabile e sanguinosa sequela di attacchi a sorpresa, attentati e azioni di guerriglia in tutto il territorio maliano con possibili ripercussioni anche negli altri paesi della regione del Sahel, in particolare Algeria e Libia, paesi principalmente coinvolti nelle azioni di antiterrorismo regionale.
Un altro scenario poco raccomandabile potrebbe portare ad un conflitto a bassa intensità nel quale terroristi e ribelli tuareg, battuti in ritirata al Nord, potrebbero però continuare a operare, con possibili attacchi contro i simboli del potere o sequestrando turisti, cooperatori o giornalisti occidentali. Pur con le dovute differenze, questo scenario sarebbe molto vicino a quello pakistano, in cui il governo mantiene un controllo nominale su tutto il Paese, ma di fatto esso non è esercitato in alcune sacche dove la presenza di gruppi radicali estremisti impediscono il monopolio della violenza legittima.
Lo scenario migliore potrebbe prevedere una soluzione positiva del conflitto, seguita da un periodo di ricostruzione nazionale, a cui associare politiche di reale decentramento amministrativo, simile a quanto fatto nel vicino Niger. In uno scenario del genere sarà importante che la Francia e i suoi alleati si assicurino una vittoria convincente tale da imporre agli sconfitti un accordo forte e duraturo.
Ciò che la comunità internazionale non deve fare è guardare con superficialità alle numerose sfaccettature della situazione politica e sociale maliana. Il Mali è un paese dai confini arbitrari, retaggio della colonizzazione francese, in una regione in cui storicamente ai legami clanici e tribali non si sono sostituite salde ed ampie identità nazionali, e in cui convivono una pluralità di etnie disomogenee. Dei circa 14,5 milioni d’abitanti del Mali (meno d’un quarto della popolazione italiana) più del 90% si trova nella parte meridionale del paese. La sola capitale, Bamako, ospita quasi due milioni di persone ed è considerata la città africana in più rapida crescita, grazie anche ad una media d’oltre 6 figli per donna in Mali, dove quasi metà della popolazione ha meno di 15 anni. Il 90% dei maliani appartiene a etnie subsahariane, il gruppo principale delle quali è quella delle lingue mandè, diffuse in tutta l’Africa Occidentale. Il 10% della popolazione è però rappresentato da due etnie di nomadi settentrionali non subsahariani ma berberi: Tuareg e Mori. I Tuareg, che nel complesso assommano a circa 1,2 milioni di persone, vivono nel Sahara muovendosi tra vari paesi: si stima comunque che oltre un terzo di loro si trovi in Mali. In un quadro così polarizzato, con un Sud più piccolo ma anche più fertile e popoloso abitato da agricoltori subsahariani e un Nord più vasto ma desertico e poco popolato battuto da nomadi berberi, uno dei pochi elementi uniformanti è rappresentato dalla religione. Il 90% dei maliani è infatti musulmano, sebbene sopravvivano nelle varie etnie residui animistici e dei culti gentili. quarto della popolazione italiana) più del 90% si trova nella parte meridionale del paese. La sola capitale, Bamako, ospita ormai quasi due milioni di persone ed è considerata la città africana in più rapida crescita, grazie anche ad una media d’oltre 6 figli per donna in Mali, dove quasi metà della popolazione ha meno di 15 anni. Il Mali è uno dei peggiori paesi al mondo per Indice di Sviluppo Umano (HDI), è tra i cinquanta paesi col più basso PIL anche a parità di potere d’acquisto, gli aiuti esteri contano per il 16% del suo prodotto interno lordo, quasi la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà nazionale.
Non va dimenticato, inoltre, che il Mali è il terzo maggiore produttore africano di oro, e nel suo territorio si trovano anche vari minerali tra cui l’uranio. Miniere d’uranio sfruttate dalla francese Areva si trovano nel vicino Niger. Recentemente si è ipotizzata la presenza di petrolio e gas naturale nella parte settentrionale del Mali.
Tutti questi elementi ossia la forte disuguaglianza tra Nord e Sud (vds. Sudan-Sud Sudan), la frammentarietà etnica (vds. ex-Jugoslavia), la popolazione molto giovane unita ad un progresso inesistente (vds. Primavera Araba) e la presenza cospicua di importanti giacimenti di minerali (vds. Iraq) lasciano pensare che anche se ci fosse una soluzione positiva del conflitto il futuro del gigante saheliano si presenta tutt’altro che roseo. Sostenere l’ascesa di un governante piuttosto che di un altro potrebbe portare, come massimo beneficio, soltanto al rinvio di situazioni più critiche che si verificheranno in futuro in una regione da sempre tra le più martoriate.

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Intrecci pericolosi in Pakistan

pakistan PM

 

Il Pakistan è entrato oggi in una fase di grande incertezza e di tensione politica dopo la decisione della Corte suprema di ordinare l’arresto per corruzione del premier Raja Pervez Ashraf. Il Tribunale Supremo pakistano ha ordinato l’arresto del premier in quanto coinvolto in una vicenda di corruzione all’epoca in cui era ministro dell’Energia. L’ordine d’arresto riguarda, secondo i media locali, anche altre 16 persone e la Corte ha dato alle autorita’ 24 ore di tempo per arrestarli. La vicenda, conosciuta nel Paese come “Rental Power Case”, riguarda l’uso dei servizi di una compagnia turca per una centrale montata su una nave, per la quale diverse persone, fra cui Ashraf, avrebbero preso tangenti.
Contemporaneamente vi è stata la presenza ad Islamabad di una manifestazione promossa da Muhammad Tahirul Qadri, leader religioso del Tehrik-i-Minhajul Quran (TMQ) che ha chiesto lo scioglimento delle Assemblee nazionale e provinciali. Qadri, che ha guidato da Lahore la `Marcia del milione di pachistani´ (in realtà circa 50.000 manifestanti), ha pronunciato davanti al Parlamento un lungo discorso in cui ha fustigato il governo e lodato invece l’esercito a cui ha chiesto di giocare «un ruolo importante» nella formazione di un gabinetto di tecnici che prepari elezioni generali.
È una situazione pericolosa per un paese, come il Pakistan, che è costantemente a rischio implosione. La situazione interna era già molto tesa dopo l’uccisione di due soldati indiani da parte di soldati pakistani lungo la LoC che segna l’incerto confine tra India e Pakistan nella contesa regione del Kashmir. L’instabilità del gigante pakistano rappresenta una delle issues principali dei tavoli diplomatici internazionali: il rischio conclamato è che la sua implosione possa destabilizzare in maniera critica la propaggine orientale del Grande Medio Oriente.

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Limes 6/12: USA contro Cina

E’ uscito il sesto numero del 2012 di Limes. L’argomento di fondo della monografia e’ il rapporto tra Usa e Cina e le sue implicazioni geopolitiche. Contiene analisi interessanti sulle strategie messe in campo dagli statunitensi per mantenere l’egemonia globale e su quelle messe in campo dai cinesi per conquistare il primato, e i terreni di scontro-incontro dei due giganti. E allora, buona lettura!

P.s. Qui il sommario

La vittoria di Park Geun-Hye in Corea del Sud

 

 

 

 

Park Geun-Hye

La Corea del Sud avrà il suo primo presidente donna: Park Geun-hye, leader del partito conservatore Saenuri Party. La figlia dell’ex dittatore Park Chung-hee, che conquistò il potere con un colpo di stato nel 1963 e restò a capo del paese fino all’assassinio del 1979, quando fu ucciso dal suo capo dell’intelligence durante una festa, è la prima donna a diventare presidente della Repubblica nella storia del paese (è stata anche la prima a candidarsi).
Le elezioni si sono svolte in Corea lo scorso 19 dicembre e si sono recati alle urne circa 30, 7 milioni di coreani, cifra corrispondente al 75,8% degli avente diritto. La campagna elettorale, che ha visto i due sfidanti sempre sostanzialmente alla pari nei sondaggi, si è giocata soprattutto sui temi dell’economia, del rapporto con la Corea del Nord, delle disparità sociali e dell’influenza dei chaebol, i grandi gruppi industriali del paese.
Con il candidato conservatore erano schierate le grandi aziende del Paese. Anche se la Park ha detto in campagna elettorale che abolirà i privilegi delle classi sociali superiori per “ridare equilibrio alla società coreana”, il suo team elettorale è composto in pratica da esponenti di ditte e studi finanziari di primo livello. In settembre il nuovo presidente ha inoltre “chiesto scusa” per la dittatura del padre, anche se non ne ha mai rinnegato l’operato.
L’avversario di Park Geun-hye era il progressista leader del Partito Democratico Unificato, Moon Jae-in. Lo stesso Moon Jae-in del Partito Democratico Unito, e suo sfidante nella corsa presidenziale, è un ex avvocato per i diritti umani che è stato imprigionato per un breve periodo nel 1970 durante la dittatura del padre di Park Chung-hee a causa della sua attività. La sfida si è combattuta fino all’ultimo voto. Con molti meno mezzi a disposizione, infatti, Moon è riuscito a recuperare gli 8 punti percentuali di distacco che lo dividevano dalla Park fino all’inizio di dicembre. Gli exit poll di tutta la giornata elettorale lo hanno sempre indicato a brevissima distanza dalla sfidante, fra 1 e 0,5 punti di distacco.
In ogni caso, queste elezioni hanno rappresentato una “pietra miliare” nella storia della democrazia sudcoreana. Da quando è caduta la dittatura del generale Park, infatti, quelle del 2012 sono le seconde elezioni con il maggior numero di votanti dopo le prime davvero libere. Secondo il governo il 75,8 % della popolazione si è recata alle urne: si tratta di un aumento di 13 punti percentuali rispetto al 2007 e del 5 rispetto al 2002. Altissimo il numero di giovani che hanno scelto di votare. Forse complice di tutto il sostegno ricevuto è stata la parentela della donna con l’ex dittatore Park Chung-hee, suo padre. Pare infatti, secondo i dati raccolti dagli analisti, che la Park Geun abbia ottenuto parecchio consenso tra la fascia di elettori più anziana, quella cioè che aveva vissuto gli anni del regime tirannico e repressivo di Park Chung e, difficile a credersi, dimostra ancora devozione nei confronti di quella figura.
Il nuovo presidente dovrà decidere dal primo giorno del suo incarico se mantenere il rapporto con Washington o cercare di aprirsi di più a Cina e Giappone, guardando al progetto di libero scambio economico e commerciale che Pechino cerca di imporre all’Asia orientale. In ogni caso la decisione provocherà enormi reazioni, ma il tempo delle ambiguità è finito. Il presidente eletto dovrà rassicurare la popolazione e cercare di guadagnarne la fiducia soprattutto attraverso le nomine. I leader che l’hanno preceduta hanno nominato in posti-chiave dei perfetti sconosciuti soltanto in base ai rapporti personali: questa pratica deve finire.
Il nuovo presidente ha detto che aprirà un’era di felicità in cui i cittadini coreani potranno realizzare i loro sogni. Ha dichiarato, inoltre, di essere aperta al dialogo con la Corea del Nord a patto che dimostri effettivi progressi nello smantellamento del nucleare. Barack Obama si è congratulato con la nuova presidente, augurandosi una sempre maggiore collaborazione su una serie di importanti problematiche globali, bilaterali e/o regionali tra le quali il controllo dell’area del Sud-est asiatico e la proliferazione del nucleare in Corea del Nord. La Corea del Sud rappresenta la quarta economia dell’Asia e molti analisti sperano che la situazione sudcoreana serva da grimaldello nei confronti della Corea del Nord per aprire il paese agli investimenti stranieri e alle libertà di matrice americana. Chissà che una donna riesca laddove tanti uomini hanno fallito.

Dal Responsibility to Protect al Responsibility while protecting

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La fine del 20esimo secolo ha segnato un cambiamento epocale nella natura dei conflitti armati: le grandi guerre interstatali sono state rimpiazzate da violenti conflitti interni, dove la maggior parte delle vittime sono civili. I genocidi in Cambogia, Ruanda e Bosnia hanno mostrato l’ incapacità della comunità internazionale di prevenire le atrocità di massa. La responsibility to protect (R2P) è un’iniziativa delle Nazioni Unite partita nel 2005. Consiste in una norma emergente, o piuttosto una serie di principi, basata sull’idea che la sovranità non è un diritto , ma una responsabilità. Si concentra sulla prevenzione e la cessazione di quattro crimini: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. La R2P possiede tre pilastri: uno stato ha la responsabilità di proteggere la sua popolazione dalle atrocità di massa, la comunità internazionale ha la responsabilità di aiutare lo stato ad implementare la sua responsabilità primaria, se lo stato fallis nel proteggere i suoi cittadini dalle atrocità di massa e le misure pacifiche hanno fallito la comunità internazionale ha la responsabilità di intervenire attraverso misure coercitive come le sanzioni economiche, con l’intervento militare considerato come l’ultima via d’uscita.
La R2P nasce dall’iniziativa del governo canadese che creò nel settembre 2000 la International commission on intervention and state sovereignity (ICISS). Nel febbraio 2001, al terzo summit dell’ICISS a Londra, Gareth Evans, Mohamed Sahnoun e Michael Ignatieff suggerirono il termine ” responsibility to protect” come una alternativa alle dottrine del diritto di intervento. Nel dicembre 2001 l’ICISS presentò il suo rapporto sulla Responsiblity to protect: esponeva l’idea che la sovranità è una responsabilità e che la comunità internazionale ha il dovere di prevenire le atrocità di massa attraverso l’uso di misure economiche, politiche e sociali, con l’intervento militare considerato come ultima soluzione. Secondo l’ICISS un eventuale intervento militare deve tener conto di sei criteri per essere giustificato come misura estrema:
1) Giusta causa – la minaccia è qualcosa di serio e terribile per gli esseri umani?
2) Giusta intenzione – l’intenzione principale dell’azione militare è quello di prevenire sofferenze umane o ci sono altri motivi?
3) Ultima possibilità – Sono state prese in considerazioni tutte le alternative prima di decidere per l’intervento militare?
4) Autorità legittimata
5) Proporzionalità – Sono usati solo i mezzi militari necessari?
6) Ragionevolezza – L’intervento militare non deve produrre più danni dell’inazione.
Al summit mondiale dell’ONU del 2005 gli stati membri inclusero la R2P nel documento finale ai paragrafi 138 e 139. Al paragrafo 138 si afferma che ogni singolo stato ha la responsabilità di proteggere la sua popolazione da minacce quali genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità, attraverso mezzi appropriati e necessari. Il paragrafo 139 sottolinea che anche la comunità internazionale, attraverso l’ONU, ha la responsabilità di proteggere le popolazioni dai crimini prima citati usando gli appropriati mezzi sia diplomatici che umanitari. In questo contesto l’ONU deve essere preparata a prendere l’iniziativa, in accordo con la Carta, valutando caso per caso e con l’ausilio delle principali organizzazioni regionali, nelle situazioni più disperate. Un’ulteriore passo in avanti nel supporto dell’ONU al R2P giunse nel gennaio del 2009, quando il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-Moon pubblico’ un rapporto chiamato “Implementing The Responsibility to Protect”. Uno dei problemi principali dell’R2P è che inficia la sovranità nazionale degli stati. Ma i sostenitori dell’R2P affermano che la sola occasione in cui la comunità internazionale potrebbe intervenire negli affari interni di uno stato è quando quest’ultimo sta permettendo che al suo interno avvengano atrocità di massa o che sia lui stesso a commetterle. Quindi la R2P può essere visto come un rinforzo della sovranità, anche se resta poco chiaro chi prenderà la decisione di intervenire al posto della comunità internazionale.
Più di un anno fa il Consiglio di Sicureza dell’ONU, all’unanimità, ha autorizzato l’uso di tutti i mezzi necessari per la protezione dei civili nella Libia di Gheddafi, salvando molte vite. Diversi mesi dopo, lo stesso Consiglio di Sicurezza è paralizzato sulla questione siriana, incapace di decidere non soltanto l’utilizzo estremo della forza, ma anche di misure più leggere come sanzioni mirate, embargo, il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia. Il problema siriano riflette la particolarità geopolitica della Siria: divisioni settarie potenzialmente esplosive, non unanimità della Lega Araba su eventuale intervento, i rapporti della Russia con Assad, un esercito siriano forte. Ma il consenso all’interno del Consiglio di Sicurezza è venuto meno a causa delle critiche sulla conduzione delle operazioni in Libia. A condurre le proteste sono stati i cosiddetti paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Le lamentele si rivolgevano non tanto alle iniziative militari intraprese, quanto piuttosto alle azioni future da intraprendere in Libia che si palesavano in un semplice cambio di regime. Inoltre le lamentele erano rivolte al fatto che gli intervenienti avevano rifiutato le offerte di cessate il fuoco e attaccato siti che non avevano significati militari. Nel novembre 2011 il Brasile ha fatto circolare unì documento in cui sosteneva che l’R2P, così come si era evoluto, andava integrato da una nuova serie di principi e procedure, evolvendo si in RWP, ossia responsibility while protecting. Oltre a riprendere i principi cardine dell’R2P (ultima possibilità, proporzionalità e valutazione delle conseguenze) l’RWP prevede una sorta di sistema di controllo e valutazione delle azioni intraprese.
Le critiche mosse dai paesi emergenti sono totalmente condivisibili e rappresentano un futuro promettente nelle politiche internazionali. Rappresentano, però, anche il desiderio da parte di questi paesi di acquisire maggiore rilevanza nei consessi internazionali. Se prevarrà la prima direzione la Responsibility to Protect potrebbe rappresentare finalmente qualcosa di nuovo nella gestione delle emergenze umanitarie.

La Corea del Nord provoca Usa, Cina e Giappone

Unha-3 missileLa Corea del nord ha effettuato, con successo, il lancio di un missile Unha-3 a lungo raggio nella giornata di mercoledì. Il missile sarebbe partito dalla base di Dongchang-ri, nel nord nord-ovest della Corea, alle 9.49 a.m. locali. Secondo le prime notizie giunte, il missile è passato vicino il territorio della prefettura giapponese di Okinawa; Il primo propulsore del razzo è caduto nel Mar Giallo, il secondo nei pressi delle Filippine. Si stima che il missile abbia una gittata di 13.000 km, una distanza ampia abbastanza da porre sotto minaccia il territorio statunitense. Il lancio ha colto tutti di sorpresa, dati i diversi problemi tecnici che i nordcoreani stavano incontrando. Il lancio ha preceduto due importanti avvenimenti: il primo anniversario della morte del vecchio leader Kim Jong-il, padre dell’attuale leader Kim Jong-un e le elezioni presidenziali sud-coreane del 19 dicembre. Nonostante le rassicurazioni nord-coreane sulla finalità del lancio, che avrebbe semplicemente trasportato in orbita un satellite, Corea del Sud, Stati Uniti e Cina lo hanno descritto come il tentativo della Corea del Nord di acquisire capacita balistiche intercontinentali a testata nucleare (ICBM), essendo questo il quinto tentativo dal 1998, e si sono rivolti all’ONU. Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha condannato il lancio, ritenendolo una violazione della risoluzione 1874 del Consiglio di Sicurezza che imponeva alla Corea del Nord di non condurre nessun esperimento balistico. A breve dovrebbe riunirsi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu per valutare la situazione e prendere le decisioni giuste. È certo che alcune aperture politiche messe in campo da Kim Jong-un avevano fatto sperare in un progressivo riavvicinamento del paese coreano alla comunità internazionale.

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