Tutti gli articoli di Danilo Giordano

Il Balochistan tra Cina e India

Lo scorso 23 Novembre il consolato cinese di Karachi è stato attaccato da un gruppo di miliziani, il cui esito è stata la morte di due persone del servizio di sicurezza, oltre ai tre terroristi, ed il grave ferimento di un passante. L’attacco è stato rivendicato dal Fronte di Liberazione del Balochistan (BLA) attraverso il suo account Twitter, nel quale ha fornito maggiori dettagli circa i tre miliziani. Il BLA è un’organizzazione terroristica per il governo pachistano, in quanto sostiene l’indipendenza delle province sudoccidentali del paese. Nel corso degli ultimi anni il gruppo ha rivolto la sua attività terroristica contro il China Pakistan Economic Corridor, il mega progetto infrastrutturale di costruzione cinese che dovrebbe unire la provincia dello Xinjiang con il porto pachistano di Gwadar. Il BLA ritiene i governi di Pechino ed Islamabad oppressori, in quanto starebbero impedendo lo sviluppo economico del Balochistan, ma questo è il primo attacco diretto a rappresentanti cinesi. I separatisti baloci sono particolarmente preoccupati dal fatto che gli investimenti per il CPEC possano condurre a cambiamenti demografici importanti, condannandoli diventare minoranza nel loro stesso territorio. Il tutto si inserisce nel già complicato scenario strategico dell’area che vede l’ingombrante presenza dell’India ed il complicato e tuttora irrisolto puzzle afghano.

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La “vittoria” cinese a Taiwan

La recente sconfitta del Democratic Progressive Party, nelle elezioni locali di domenica 25 novembre a Taiwan, che hanno condotto anche alle dimissioni da leader del partito del presidente Tsai Ing-wen, sono state accolte positivamente dalla leadership cinese che vede nel risultato l’espressione della volontà del popolo taiwanese di instaurare relazioni pacifiche con la Cina. La questione si inscrive nell’annosa diatriba riguardante lo status di Taiwan e le mire della Cina su di esso. I stessi vertici del Democratic Progressive Party, ripresisi dallo shock post-elettorale, hanno apertamente accusato la Cina di aver interferito sullo svolgimento libero di tale tornata elettorale.

La conquista del Pacifico passa anche per la Papua Nuova Guinea

Il recente vertice APEC svoltosi in Papua Nuova Guinea ha evidenziato l’emersione di uno scontro sempre più forte tra Australia e Cina nell’area meridionale del Pacifico. Lo scontro è diventato forte rispetto al finanziamento dello sviluppo del porto di Manus Island, situato nella costa settentrionale del paese. Quando il primo ministro della Papua Nuova Guinea, Peter O’Neill, ha paventato la possibilità che la Cina potesse finanziare lo sviluppo del porto di Manus Islanda, la reazione della politica australiana, nonostante le difficoltà degli ultimi tempi, è stata unanime e decisa. Un’offerta di finanziamento più vantaggiosa è stata presentata, nella paura che il porto, una volta ultimata, potesse ospitare regolarmente navi militari cinesi. La risposta australiana è stata decisa e forte perché il governo cinese, da tempo, sta investendo molti capitali per cercare di affermare un ruolo di preminenza in quest’area del Pacifico. Proprio nel corso del vertice APEC Australia e Papua Nuova Guinea hanno siglato l’accordo preliminare per lo sviluppo del porto. Ma l’offensiva cinese non è facile da bloccare, infatti, a margine del vertice APEC, Xi Jinping, approfittando dell’assenza di Donald Trump, ha incontrato i leader dei paesi del Pacifico per sottoporre i progetti infrastrutturali della Cina nell’area. Insomma, lo scontro tra Cina e USA non si limita al solo piano commerciale, ma anche a quello strategico dove, l’Australi, alleato di ferro degli Stati Uniti potrà svolgere un ruolo fondamentale.

Quale strategia per la Russia in Afghanistan?

In questi giorni concitati, nei quali sono tornati alla ribalta i tormentati rapporti tra Russia e Ucraina, è interessante capire a che gioco sta giocando il gigante sovietico in un altro scenario, quello afghano. All’inizio del mese, il governo russo ha ospitato una conferenza di pace sull’Afghanistan, alla quale hanno partecipato anche rappresentanti talebani, molti dei quali ufficialmente considerati terroristi dai russi. È uno dei primi passi ufficiali della Russia nei confronti dei talebani, dopo che contatti non ufficiali c’erano stati negli anni 90. La prima motivazione di questo riavvicinamento è che le aree controllate dai talebani sono al confine con le ex repubbliche sovietiche di Uzbekistan e Tagikistan, e c’è il rischio che l’insicurezza possa allargarsi. Il motivo strategico è che la Russia di Vladimir Putin voglia imporsi come attore importante nella regione, per ingaggiare gli Stati Uniti in un altro terreno, in quella sorta di Guerra Fredda 2.0 che da alcuni anni riempie il dibattito politico mondiale. C’è il rischio, anche, che siano i talebani a condurre il gioco, ovvero che vogliano mostrare agli Stati Uniti, attore primario dello scenario afghano, che hanno la carta russa da giocare, nel caso le cose non andassero come pensano loro. Il tutto mentre il presidente statunitense Donald Trump, allo scopo di guadagnare consensi in vista delle elezioni presidenziali del 2020, potrebbe decidere per una soluzione definitiva al quasi ventennale schieramento di truppe americane sul suolo afghano. Senza dimenticarsi della Cina…

Gli USA in ritirata dal continente africano

È passata un po’ in sordina la notizia che il Pentagono ha deciso di ritirare, progressivamente, una parte delle sue truppe concentrate nelle operazioni di anti terrorismo in Africa. Lo scopo è quello di incrementare lo sforzo contro le minacce provenienti da Russia e Cina, i principali competitor strategici degli Stati Uniti. In particolar modo verranno ridotti i contingenti nell’Africa dell’Ovest, dove le operazioni passeranno dall’assistenza tattica all’advising, mentre rimarranno stabili le forze impiegate nel Corno d’Africa.

Il Vietnam ha siglato il TPP-11

Lo scorso 12 Novembre 2018 il governo vietnamita ha approvato il Comprehensive and Progressive Agreeement for Trans-Pacific Partnership (TPP-11). Il Vietnam è diventato il settimo paese a ratificare l’accordo commerciale rifiutato dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, dopo le ratifiche di Australia, Giappone, Canada, Messico, Singapore e Nuova Zelanda. L’accordo dovrebbe portare ad una riduzione delle tariffe doganali tra i segnatari, le cui economie, al momento, si aggirano sui 10mila miliardi di dollari. La principale ragione che ha spinto il Vietnam a partecipare a questo accordo, nonostante la dipartita americana, è stata la paura di subire le conseguenze indirette dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina. L’economia vietnamita è basata principalmente sulle esportazioni e la necessità di diversificare i propri mercati di sbocco era diventata impellente. Dal punto di vista strategico il Vietnam rimane sempre nell’orbita statunitense, costituendo uno dei baluardi contro l’eccessivo espansionismo cinese nella regione. Le ragioni economiche spesso si intrecciano con quelle strategiche e la partecipazione al TP11 è un modo per mantenere i legami con gli Stati Uniti, essendo in molti convinti che alla fine Donald Trump deciderà di ritornare indietro sui suoi passi, siglando il Trans Pacific Partnership.

L’importanza di essere Cipro

In quella che è diventata una competizione globale per il predominio delle principali vie commerciali, in particolar modo quelle marittime, ha acquisito grande importanza l’isola di Cipro, divisa dal 1974 in due parti, una di influenza greca e l’altra a gestione turca. Nel corso dell’ultima settimana due notizie hanno riacceso l’attenzione su questo tormentato pezzo di terra. Qatar e Israele hanno trovato l’accordo per garantire un passaggio di sicurezza nelle acque tra Cipro e la Striscia di Gaza. L’accordo, di cui non si conoscono ancora i dettagli, rientra nel quadro delle trattative tra Hamas e Israele, tese a trovare una soluzione alla annosa controversia sulla gestione di Gaza e dei valichi con Israele. L’altra notizia è stata l’apertura di due nuovi valichi tra la parte greca meridionale e quella turca settentrionale dell’isola di Cipro. L’apertura di questi due valichi, la prima in otto anni, potrebbe rivitalizzare i colloqui tra Ankara e Atene per una soluzione che possa portare alla pacificazione dell’isola e alla sua riunificazione.

Elezioni nel Donbass

Domenica scorso si sono svolte delle tornate elettorali nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, regioni ucraine controllate da milizie pro-Russia sin dal 2014. I risultati dello spoglio hanno confermato alla guida delle due regioni separatiste i due leader attualmente in carica, ovvero Denis Pushilin a Donetsk e Leonid Pasechnik a Lugansk, con rispettivamente il 61% ed il 68% dei voti espressi. Le elezioni sono state dichiarate illegali e illegittime dai principali stati europei che sostengono l’Ucraina, sostenendo che queste tornate elettorali sono contrarie agli accordi di Minsk siglati nel 2015. L’influenza/controllo sulle due regioni da parte di Mosca, ed in maniera diretta di Vladimir Putin, è evidente, nonostante le smentite ufficiali del governo russo, e mira a creare delle regioni cuscinetto al confine tra Europa (vedi Stati Uniti) e Russia.

Lo Sri Lanka conteso da India e Cina

Sono giorni molto turbolenti in Sri Lanka. Lo scorso 28 ottobre il presidente cingalese Maithripala Sirisena ha improvvisamente licenziato il primo ministro in carica Ranil Wickremesinghe e conferito l’incarico all’ex presidente Mahinda Rajapaksa. Sirisena ha motivato la decisione con un tentato omicidio ai suoi danni e le difficoltà economiche. La decisione, fortemente criticata dalle principali organizzazioni internazionali, ha causato numerose proteste nel paese con scontri che hanno causato alcune vittime. La situazione è degenerata dopo che Wickremesinghe ha rifiutato di lasciare il suo posto e Sirisena ha deciso di sciogliere il Parlamento, per andare a nuove elezioni. In questo bailamme politico si è inserita la Corte Suprema alla quale hanno fatto appello le opposizioni. In attesa di ulteriori evoluzioni, bisogna sottolineare che la questione ha importanti implicazioni geopolitiche in un paese controllato dal vicino gigante indiano ma, allo stesso tempo, fortemente indebitato con la Cina per i finanziamenti ricevuti per le sue infrastrutture, progetti tutti concepiti nell’epoca Rajapaksa dal 2005 al 2015.

Lo strumento geopolitico S-400

I recenti contratti siglati da Turchia e India per l’acquisto del sistema missilistico di difesa aerea S-400, di fabbricazione russa, hanno fatto suonare l’allarme in diverse cancellerie occidentali. L’allarme è suonato, innanzi tutto, perché il sistema S-400 si sta rivelando un ottimo prodotto dell’industria bellica russa, tornata, almeno così sembra, a livelli del periodo della guerra fredda. L’allarme è suonato più forte, però, perché a comprare il tanto agognato sistema d’arma sono state due nazioni dichiaratamente alleate degli Stati Uniti e dell’occidente in generale. La Turchia è un membro importante della NATO, e il sistema S-400, non compatibile con i principali sistemi d’arma della NATO, potrebbe spingere i turchi ad una pericolosa condivisione di informazioni, per farlo funzionare. L’india, invece, ha assunto un ruolo importante nella recente declinazione strategica statunitense nei confronti dell’Indo Pacifico: qualche analista si è spinto a riesumare un vecchio termine, QUAD, ad indicare l’alleanza tra Stati Uniti, India, Australia e Giappone, per il controllo dello scacchiere pacifico. Queste due scelte mettono in discussione le certezze statunitensi che, unite alla crescente intraprendenza cinese, sono preludio ad una probabile rivisitazione della dottrina strategica nell’area.