La minaccia globale dei confini difficili

 

Da oggi, con questo articolo introduttivo, inauguro una nuova rubrica, quella dedicata alle Anomalie Geopolitiche ovvero alle possibili evoluzioni che le attuali mappe potrebbero subire a seguito di conflitti, rivendicazioni di confini, proteste popolari, referendum, elezioni, nazionalismi vari. Nonostante il senso comune ci spinga a credere che il mondo così come è sia immutabile, la semplice analisi degli avvenimenti storici ci convince, facilmente, del contrario: dal 1945 ad oggi il numero degli stati riconosciuti è passato da 55 a 193, se ci limitiamo a quelli riconosciuti dall’ONU. Ma le anomalie geografiche non riguardano soltanto il numero degli stati riconosciuti dalla comunità internazionale, ma anche una serie di confini tra stati che ancora non sono stati definiti nel XI secolo. Meglio poi non parlare dei confini marittimi su cui da anni il Tribunale Internazionale del Mare sta legiferando cercando di stabilire dei precedenti che facciano giurisprudenza. Insomma, in questa rubrica, che spero di produrre con periodicità settimanale, parlerò di tutte queste casistiche che, diversamente da quanto sostiene qualcuno che vorrebbe eliminare la geografia dalle scuole, la rendono, invece, ancora interessante.

La minaccia globale dei confini “difficili”

 

I diversi punti di vista dottrinali relativi alle azioni che uno stato deve compiere per ottenere la piena soggettività internazionale fanno sì che la valutazione circa gli stati esistenti al mondo cambi in maniera sostanziale. La lista degli stati membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che rappresenta il principale parametro di riferimento in questo “conteggio”, elenca 193 stati, a cui vanno aggiunti i due stati non membri, ovvero la Città del Vaticano e la Palestina, che porterebbero quindi la cifra finale a 195. Aggiungendo a questa cifra il numero degli stati “ de facto ” e quelli con riconoscimento parziale o minoritario arriviamo alla cifra finale di 204. Probabilmente il conteggio si fermerebbe a 203, se fossimo in Medio oriente, dove molti stati non riconoscono l’esistenza di Israele, o se fossimo in Cina, dove a non essere riconosciuto è Taiwan. La “differenza di vedute” si replica anche in altri campi oltre a quello politico, come ad esempio in ambito sportivo: il Comitato Olimpico Internazionale (IOC/CIO), l’ente che organizza le Olimpiadi, ammette la partecipazione ai Giochi di 204 nazioni (non le stesse dell’ONU però!), mentre la FIFA, la federazione internazionale di calcio che regola la partecipazione delle rappresentative nazionali alla Coppa del Mondo e ad altri tornei, ammette l’esistenza di ben 209 squadre. Poiché l’ordinamento internazionale non contempla l’esistenza di un’istituzione “super partes” normativa e giudiziale, ma lascia tutto alla libera iniziativa degli stati, non è stato possibile definire una procedura univoca di acquisto della soggettività internazionale. Secondo la gran parte degli studiosi, un’organizzazione che eserciti effettivamente ed indipendentemente il proprio potere su di una comunità territoriale diviene soggetto internazionale automaticamente, senza che sia necessario il riconoscimento degli altri stati, come, invece, sostiene una meno folta schiera di studiosi. Il riconoscimento da parte della comunità internazionale non ha quindi valore costitutivo della personalità giuridica di uno stato, ma rivela esclusivamente la volontà di stringere rapporti amichevoli e avviare forme di collaborazione. 

Aldilà dei diversi punti di vista, è incontestabile che l’ammissione all’ONU rappresenti la garanzia più importante che uno stato possa ricevere circa la propria soggettività internazionale. Uno sguardo rapido alla progressione numerica del numero degli stati membri dell’ONU mostra una realtà in continuo divenire: nel 1946 gli stati membri erano 55, nel 1960 erano diventati 99, nel 1992 avevano raggiunto la cifra di 179, fino a giungere all’attuale cifra di 193. L’analisi dei principali eventi storici avvenuti dopo la seconda guerra mondiale spiega il perché di questa “cavalcata”: il processo di decolonizzazione dei territori africani e asiatici, la fine della Guerra Fredda, la disintegrazione dell’Unione Sovietica, le guerre balcaniche hanno “frammentato” la cartina geografica, in precedenza costituita esclusivamente dai grandi stati nazionali e le loro colonie.

È evidente che uno stato, prima di ricercare qualsiasi tipo di riconoscimento, debba esplicitamente qualificarsi come tale, ovvero essere una comunità, stabilita su un determinato territorio, sottoposta a leggi che ne regolano la vita sociale. Da questa scarna definizione ne deriva che i confini, o meglio la loro esatta definizione, rappresentano un forte elemento qualificativo dello stato-nazione, così come un altrettanto forte elemento stabilizzatore. Nonostante non si combattano guerre di respiro “globale” da 70 anni, le turbolenze politiche prima accennate hanno prodotto numerosi stravolgimenti nella situazione geografica mondiale, portando con sé diversi cambiamenti di frontiere. La sensazione generale, quella di chi è meno avvezzo a trattare questi argomenti, è che gli attuali confini siano assolutamente stabili e non suscettibili di ulteriori modifiche. Questo discorso trova una sua conferma in Europa e in America del Nord, dove la prassi internazionale è più datata e ha permesso di sanare alcuni conflitti di demarcazione già da diversi anni, ma in molti stati dell’Africa e dell’Asia non è così. Se volgiamo lo sguardo a mappe prodotte da istituti cartografici con sede in paesi distanti tra loro, ci accorgiamo dell’esistenza di differenze molto nette nella rappresentazione dei confini in alcune aree del globo: ad esempio nelle sue mappe il governo cinese considera sue le isole Diaoyu che “di fatto” appartengono al Giappone, con il nome di isole Senkaku.

È di alcuni mesi fa la notizia che rappresentanti congolesi e ruandesi stanno portando a termine una delicata missione, ovvero la demarcazione di 200 chilometri di frontiera tra Congo e Ruanda per risolvere l’annoso contenzioso tra due paesi che hanno ottenuto l’indipendenza rispettivamente nel 1960 e nel 1962. Si tratterà di un’operazione molto tecnica, in cui alcuni esperti, muniti di bussole e moderne apparecchiature, dovranno stabilire il limite fisico tra i due paesi: l’operazione consiste nel rinvenimento dei cippi di confine risalenti all’epoca coloniale, che sono stati danneggiati, spostati o sradicati, rendendo la linea di frontiera praticamente ‘invisibile’. In egual misura, più a sud, si dovrà procedere alla demarcazione della frontiera comune con l’Uganda. Sembra un lavoro d’altri tempi, ma se pensiamo ai conflitti che hanno interessato la regione dei Grandi Laghi sin dagli anni ‘60, e alle accuse reciproche di intromissioni negli affari interni che gli stati di quest’area si sono rivolti reciprocamente nel corso degli anni, non possiamo non pensare che “l’invisibilità” dei confini abbia rappresentato un elemento amplificatore della conflittualità. La realtà dei fatti ci costringe ad ammettere che il disordinato corso dei confini di molte zone del mondo rappresenta ancora la minaccia più temibile per la pace. Volendo fare un esempio assai banale, e forse anche troppo inflazionato, basta guardare la mappa del continente africano, dove molti confini sono stati definiti tracciando semplicemente una linea retta sulla mappa, senza tenere in alcun conto le specificità delle aree interessate. Le conseguenze di queste suddivisioni territoriali, che definire casuali è un eufemismo, si sono ripercosse sulle dinamiche politiche del continente africano.

Il caso dei due paesi sub-sahariani fornisce lo spunto per allargare l’analisi del problema frontaliero anche ad altri ambiti: infatti, il problema dei confini tra Ruanda e Congo non riguarda soltanto l’ambito terrestre, bensì anche quello lacustre (delimitazione del lago Kivu) e fluviale (fiume Ruzizi). L’idea comune attribuisce al confine una connotazione terrestre, e parlare di confini fluviali o addirittura lacustri può risultare inusuale, anche se in passato fiumi e laghi hanno avuto un’importante funzione nel definire le civiltà; il problema nasce quando una qualsivoglia superficie acquatica è divisa tra due o più nazioni. La realtà è che le maggiori controversie del diritto internazionale riguardano proprio questo tipo di delimitazioni, per le quali sia il Tribunale Internazionale per il diritto del mare che la Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja stanno legiferando. Una recente sentenza della Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja ha ridefinito il confine marittimo tra Cile e Perù, ponendo fine ad una contesa che durava da anni. La diatriba si è svolta in maniera pacifica, facendo ricorso ad un organo esterno autorevole come la Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja, tra stati che riconoscono le rispettive prerogative e che le rispettano, ma le cose non sempre si svolgono in maniera benevola. Gli avvenimenti recenti mostrano che è nell’ambito marittimo che si gioca il futuro di molti stati: gli enormi miglioramenti compiuti nell’esplorazione ed estrazione di minerali dai fondali marittimi, ha aumentato esponenzialmente la contesa per l’acquisizione di isole dimenticate solo qualche anno fa. Le recenti scoperte di gas naturale al largo di Israele e Cipro hanno sconvolto la mappa regionale dell’energia, collocando lo scacchiere del Mediterraneo orientale tra le aree più dinamiche al mondo nel settore degli idrocarburi: l’area che abbraccia Egitto, Israele, Gaza, Libano, Siria, Turchia e Cipro sta, infatti, attraversando un momento di profonda e rapida trasformazione L’attività esplorativa si è ampliata a partire dal 2000, quando cinque giacimenti di gas naturale sono stati scoperti nelle acque ad ovest della città costiera di Ashqelon e della Striscia di Gaza. La svolta energetica nell’area è, di fatto, avvenuta nel 2009, quando la società americana Noble Energy ha annunciato la scoperta del giacimento Tamar al largo di Israele (250 miliardi di metri cubi di riserve). Dopo questa prima importante scoperta, Noble Energy ha successivamente scoperto nell’area altri due importanti giacimenti: nel 2010 il giacimento Leviathan al largo di Israele (476 miliardi di metri cubi di riserve) e nel 2011 il giacimento Aphrodite al largo di Cipro (140 miliardi di metri cubi di riserve). La possibilità di acquisire nuovi giacimenti causa anche situazioni al limite dell’intervento militare: Vietnam, Filippine, Cina e Malesia, ad esempio, si contendono da tempo le minuscole isole Spratly, il cui possesso permetterebbe l’accesso ad immense riserve di petrolio, così come la Repubblica Popolare cinese contende al Giappone le isole Senkaku/Diaoyu anch’esse ricche di riserve minerarie e ittiche. Le questioni delle isole Spratly e delle isole Senkaku/Diaoyu rappresentano un possibile territorio di scontro futuro tra nazioni asiatiche che potrebbe vedere la partecipazione anche degli USA e delle nazioni europee. Questi due territori contesi si aggiungono ai tanti altri in giro per il mondo che potrebbero scatenare conflitti da un momento all’altra, anche a causa di una improvvida azione da parte di un semplice cittadino.

Infine, se prendiamo per buono il concetto che la nostra attuale cartografia non può essere considerata ineluttabile, la mancata “esatta” definizione dei confini tra stati rappresenta una grave minaccia alla stabilità mondiale. Ma, a mio parere, la minaccia più grande alla stabilità mondiale è rappresentata non tanto o non soltanto dalla mancata definizione dei confini terresti o di quelli acquatici, bensì anche dalla scarsa considerazione che rivestono i confini mentali o, se vogliamo ricorrere ad un’espressione molto usata, le linee di civiltà. Nel mondo esistono diverse civiltà che il corso degli eventi ha portato all’inclusione forzata in altre o alla suddivisione tra due o più stati. I recenti avvenimenti relativi all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq e Siria, hanno riportato alla ribalta le rivendicazioni dei curdi che da tremila anni rivendicano un  territorio tutto loro a cavallo tra Siria, Iraq e Turchia. Ma non è l’unico caso: baschi e catalani chiedono di essere indipendenti dalla Spagna, baluci e pashtun rivendicano due differenti stati a cavalo tra Afghanistan e Pakistan, gli uiguri dello Xinjiang cinese vogliono l’indipendenza, gli scozzesi hanno già affrontato un referendum per ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna e, anche se il risultato è stato a favore dell’Unione, non è detto che non cercheranno strade alternative.

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