LA LITUANIA ACCOGLIE L’EURO

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Il nuovo anno ha portato una novità all’interno dell’aria Euro: la Lituania è diventata il 19esimo paese ad accogliere la moneta unica europea. Il paese baltico è membro dell’Unione Europea dal 1 maggio 2004 e rientra nell’area Schengen dal 21 dicembre 2007. Per l’adesione all’area Euro ha quindi dovuto affrontare un percorso lungo più di dieci anni, per sottostare ai parametri decisi dalla UE. Attualmente la situazione economica lituana è abbastanza buona: crescita annua del 3%, deficit al 3% del PIL, inflazione all’1%, disoccupazione crollata dal 20 al 12% della popolazione attiva e tassi di interesse a dieci anni al 3%. Nonostante temano un innalzamento dei prezzi, i lituani hanno accolto bene la nuova moneta che, peraltro, conoscevano già dato che un terzo dei prestiti concessi dalla banche vengono erogati in euro. La lita e l’euro avranno validità comune per altre due settimane, durante le quali bisognerà ritirare i 6 miliardi di lita ancora circolanti. Adottando la moneta unica europea, Vilnius completa la sua integrazione nell’Unione Europea e si allontana dalla Russia, dalla quale dipende ancora molto per quanto riguarda l’ambito energetico. Dopo quanto accaduto in Crimea e quanto accade tuttora nell’Ucraina dell’est, la ritrovata assertività russa potrebbe aver spinto le autorità europee ad accelerare il processo di adesione all’Euro, ritenendo la moneta unica uno degli strumenti di difesa dalla Russia di Vladimir Putin. Il cambiamento più importante riguarda però lo stesso funzionamento interno della UE: l’ingresso della Lituania nella zona euro modifica le regole della Banca Centrale Europea. I trattati Ue, infatti, prevedevano un cambiamento radicale del metodo di voto della BCE, con la fine del sistema di riconoscimento di un voto per ogni paese, e l’inizio di un doppio turno a rotazione tra i rappresentanti delle 19 banche centrali dell’eurozona. Fino ad oggi avevano diritto al voto tutti i membri del consiglio direttivo della Bce costituito sul modello della Bundesbank e, quindi, composto da sei membri permanenti, tra cui il presidente Draghi, riuniti nel comitato esecutivo, oltre che dai rappresentanti delle 18 banche centrali dei Paesi facenti parte dell’eurozona. Nel 2002 è stato apportato un cambiamento al regolamento della BCE per cui, una volta superata la soglia di 18 Paesi membri dell’eurozona, si sarebbe passati ad un nuovo sistema di votazione. Nel dettaglio, nasce un sistema che vede due gruppi di Paesi, da una parte le economie maggiori (Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) con il diritto a 4 voti, dall’altra i rimanenti 14 Paesi con il diritto a 11 voti. Il risultato è che mensilmente solo 15 dei 19 governatori centrali potranno esprimersi nelle principali decisioni di politica monetaria della Bce. Un altro risultato è un sostanziale aumento di potere del comitato esecutivo dal momento che i suoi membri, tra cui Draghi, mantengono i propri sei voti. Le nuove regole modificano anche il calendario delle riunioni: si passa da una cadenza mensile a una riunione ogni sei settimane. In questo contesto la Germania non mancherà una votazione importante fino all’ottobre 2015. L’Italia, invece, non potrà esprimersi già nella riunione fissata per il 5 marzo, proprio nella prima parte dell’anno in cui Draghi dovrebbe spingere sulla necessità di un’operazione di quantitative easing, ovvero l’iniezione di liquidità nel sistema per esempio tramite l’acquisto diretto di titoli di Stato.

FONTI
Corriere.it
RFI
Il Fatto Quotidiano.it
Eurobserver

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