Il disimpegno USA in Afghanistan

In queste prime settimane dell’anno ha fatto scalpore l’intendimento del presidente statunitense Donald Trump di voler ritirare le proprie truppe dalla Siria. Ci sono state molte e accalorate discussioni sull’argomento e lo stesso presidente Trump è sembrato attenuare le sue posizioni. In realtà la sua è una precisa strategia: lancia il messaggio, aspetta le reazioni, poi continua sulla sua strada. Il piano generale di Trump è quello di disimpegnare, completamente o in parte, le truppe statunitensi da tutti i teatri dove sono impegnate, compresi i contingenti NATO e ONU. Uno dei contingenti interessati da questo progetto di riduzione potrebbe essere quello impegnato in Afghanistan, che Trump vorrebbe ridurre di 7000 unità. Gli americani sono in Afghanistan da oltre 17 anni, il più lungo intervento militare della loro storia. Il paese è più o meno diviso a metà con il governo, secondo le ultime analisi, in controllo del 55% dei distretti del paese, ed i restanti in mano ai talebani. Senza contare che nel paese, già da alcuni anni, comincia a diventare sempre più forte l’influenza dell’ISIS che potrebbe stabilire qui un altro suo caposaldo. La dipartita dei soldati statunitensi, senza un’adeguata via strategica d’uscita, potrebbe generare maggiore instabilità nel paese, e liberare quelle forze finora tenute sotto controllo dallo sforzo americano. In aggiunta, il disimpegno USA lascerebbe campo libero a Mosca e Pechino, finalmente liberi di impegnarsi in un territorio a loro molto più prossimo. In questi ultimi mesi gli rappresentanti USA hanno incontrato diverse volte rappresentanti talebani, cercando di favorire i colloqui con il governo di Kabul e trovare una soluzione definitiva al conflitto. La speranza è che funzioni…

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Russia, Giappone e le isole Curili

Nel corso di queste settimane turbolenti si è riaccesa la questione della sovranità sulle isole Curili meridionali, contese da Russia e Giappone. Proprio in questi giorni si sta concludendo la visita del Ministro degli Esteri giapponese Taro Kono in Russia. Uno degli argomenti dei colloqui intercorsi, che saranno ripresi nel corso del 2019 con una visita ufficiale del premier giapponese Shinzo Abe in Russia, è stato proprio la gestione delle Curili. Putin e Abe si erano già incontrati a settembre all’Eastern Economic Forum di Vladivostok, ripromettendosi di affrontare la questione e risolverla una volta per tutte. Nel frattempo i russi hanno continuato a fortificare le isole e a schierarvi i propri uomini, pare ne abbiamo oltre 3000 al momento, e prevedono di dislocarvi una base navale permanente per la flotta pacifica. Nella visione dei russi lo schieramento militare è una risposta all’eccessiva presenza americana nell’area, ma i giapponesi non sono intenzionati a scendere a compromessi. Il che aggiunge un altro terreno di contesa in un’area, quella pacifica, già fortemente sottoposta alla rivalità USA-CINA.

La Cina e l’Artico

L’onnipresenza della Cina di Xi Jinping sta estendendo da tempo il suo sguardo anche all’Artico. La Cina, in realtà, è molto distante dal cuore dell’Artico, circa 3000 km, e non possiede alcun tipo di estensione che possa conferirle il diritto di reclamare qualcosa. Eppure ha cominciato ad autodefinirsi potenza del vicino-Artico, ha comprato e commissionato numerosi rompighiaccio, ed ha iniziato la sua scalata dalla Groenlandia. La Groenlandia è uno stato autonomo, benché nominalmente controllata dalla Danimarca. Sul suo territorio vi è già una base americana a Thule, e statunitensi e danesi iniziano a preoccuparsi di questo eccessivo interesse cinese. Interesse che si è trasformato in invadenza quando le aziende cinesi si sono interessate alla costruzione di uno o più aeroporti internazionali sull’isola. Nonostante le insistenze di americani e danesi nel respingere l’assalto cinese, i capitali provenienti dalla Cina fanno gola a molti, perché le prospettive di sviluppo sono importanti.

Il caso Huawei nella contesa tra Cina E USA

In questi giorni di fine 2018 ed inizio 2019 si sono susseguiti gli arresti di persone legate alla Huawei, la principale azienda tecnologica cinese. Nell’agosto del 2018 il presidente USA Donald Trump ha bandito l’utilizzo di tecnologia Huawei da tutte le amministrazioni pubbliche statunitensi. La ragione principale è che vi sono problemi legati alla sicurezza dei dati, essendo Huawei considerata molto vicina al governo centrale cinese, se non un suo strumento diretto. Governi del mondo occidentale hanno seguito l’incipit di Trump vietando o limitando l’utilizzo di tale tecnologia e indagando dirigenti ed impiegati a vario titolo. La ragione che sottende queste scaramucce tecnologiche è il 5g, la nuova tecnologia che sosterrà lo sviluppo digitale del futuro, nel cui sviluppo Huawei ha un indubbio vantaggio su tutti i principali concorrenti.

The struggle for Bougainville

Il 2019 potrebbe rivelarsi un anno interessante per una piccola e sperduta isola del Sud Pacifico. L’isola di Bougainville, amministrativamente appartenente alla Papua Nuova Guinea, ma dotata di ampia autonomia, terrà uno storico referendum sull’indipendenza il 15 giugno 2019. Fonti e sondaggi non ufficiali hanno rivelato che gran parte della popolazione, circa 200 mila persone, è favorevole all’indipendenza, nonostante il referendum sia esclusivamente consultivo e potrebbe non avere effetti diretti sullo status dell’isola. Il governo della Papua Nuova Guinea non è, ovviamente, favorevole all’indipendenza dell’isola, ma bloccare con la forza un eventuale processo democratico popolare potrebbe provocare rivolte e manifestazioni violente. Al netto del risultato del 15 giugno, l’isola di Bougainville rischia di diventare l’ennesimo punto di frizione tra interessi statunitensi e cinesi nell’area. Sull’isola sono presenti numerosi e ingenti depositi di rame, tra i quali spicca la miniera di Panguna, chiusa dal 1989 dopo lo scoppio della guerra civile sull’isola. I minerali di Bougainville fanno gola ai cinesi, affamati di risorse che possano sostenere la tumultuosa crescita economica del loro paese, i quali possono contare sul fatto che il governo della Papua Nuova Guinea necessita di fondi sostanziosi e di investimenti infrastrutturali. La Cina, attraverso la China Metallurgic Group e i fondi della Export-Import Bank of China, sta già investendo 1.4 miliardi di dollari per lo sviluppo di una miniera di cobalto e nickel in Papua Nuova Guinea. Nel prosieguo del vertice APEC, tenutosi proprio in Papua Nuova Guinea, Australia e Nuova Zelanda si sono unite a Giappone e Stati Uniti nell’annunciare un piano di investimenti nella rete elettrica locale, mentre il vice presidente americano Mike Pence ha annunciato l’intenzione di costruire una base sull’isola di Manus. Ciò che si sta verificando per l’isola di Bougainville è un copione visto e rivisto per altre aree del Pacifico, come ad esempio a Vanuatu dove il governo ha siglato un accordo con Pechino per entrare nel mastodontico progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative, scatenando, cos’, l’improvviso interesse di americani ed australiani pronti a offrire altrettanti benefits e accordi militari.

Addio all’OPEC

Lo scorso 3 dicembre il Qatar ha annunciato che, a partire dal 1 gennaio 2019, lascerà l’OPEC, l’organizzazione che raggruppa i principali paesi produttori ed esportatori di petrolio. Nel corso di una conferenza stampa che ha preceduto lo svolgimento del meeting OPEC del 6dicembre, il ministro dell’energia qatariota Saad al-Kaabi ha annunciato la fine della partecipazione del suo paese, dopo oltre mezzo secolo. La decisione, in via ufficiale, sarebbe stata dettata dalla volontà del Qatar di concentrarsi maggiormente sulla principale risorsa del paese, ovvero il gas, di cui è uno dei principali produttori mondiali (77 milioni di tonnellate all’anno), mettendo in secondo piano la minor produzione petrolifera (circa 600 mila barili al giorno). Nonostante le smentite governative di rito, la decisione del Qatar appare legata al alle tensioni con la vicina Arabia Saudita che da 18 mesi boicotta il piccolo paese mediorientale, accusandolo di sostenere l’Iran. La decisione si inserisce, inoltre, in quadro globale molto complesso: Iran e Arabia Saudita stanno conducendo da 4 anni una sanguinosa guerra per procura nello Yemen, gli USA di Donald Trump vorrebbero ridurre l’influenza che l’OPEC detiene da tempo in campo petrolifero e stanno per approvare il NOPEC ACT, la Russia cerca maggior influenza nonostante non sia membro dell’organizzazione, la Cina preme con le sue richieste energetiche sempre più impellenti, il prezzo del barile è in picchiata. Probabilmente la decisione del Qatar non influirà sulle future scelte strategiche dell’OPEC, ma un nuovo elemento di disturbo arricchirà il montante caos globale.

Il Southern Gas Corridor

Il Southern Gas Corridor rappresenta uno dei progetti infrastrutturali nel quale l’Europa sta investendo di più, perché consente di ridurre la dipendenza del continente dagli approvvigionamenti energetici provenienti dalla Russia. Il Southern Gas Corridor trasporterà il gas estratto dal giacimento azero di Shah Deniz all’Europa attraverso una serie di tre distinte pipeline: la Georgia South Caucasus Pipeline, la Trasn Anatolian Pipeline (TANAP) e la Trans Adriatic Pipeline (TAP). I lavoro per la costruzione del TANAP sono stati commissionati nel mese di luglio mentre la TAP dovrebbe essere ultimata nel giro di due anni, al netto delle problematiche insorte per il completamento del tratto italiano. Nel frattempo, Turchia e Russia sanno procedendo nella costruzione del Turkish Stream, corridoio energetico che porterà il gas russo verso la Turchia e l’Est Europa, Ungheria compresa. In questo contesto, il Southern Gas Corridor assume una rilevanza geostrategica enorme, e potrà permettere all’Europa di prendere le distanze dall’ingombrante vicino russo.

Hodeidah e la rivalità iraniano-saudita

Oggi entrerà in vigore il tanto agognato cessate il fuoco nei dintorni della città di Hodeidah. L’importanza di Hodeidah sta principalmente nel fatto che il suo porto è un punto di accesso fondamentale allo Yemen, paese dilaniato da una guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita, soprattutto per i soccorsi umanitari e per i beni di prima necessità. Il 70% circa delle importazioni del paese passano attraverso il porto di Hodeidah, la cui graduale diminuzione di operatività, nel corso degli ultimi mesi, ha rappresentato un problema enorme per la popolazione civile sottoposta alle difficoltà di una guerra che dura, ormai, da quattro anni. Il raggiungimento del cessate il fuoco potrebbe consentire alle compagnie marittime di avvicinarsi alle coste yemenite, da cui si erano allontanate massicciamente, a causa dell’alto livello di insicurezza. Sarà importante capire quale sarà lo sviluppo strategico successivo, in considerazione delle difficoltà sia dei sauditi, a causa dell’affare Khashoggi, che degli iraniani, sottoposti al costante inasprimento delle sanzioni statunitensi anche a causa del loro intervento nello Yemen.

Il Balochistan tra Cina e India

Lo scorso 23 Novembre il consolato cinese di Karachi è stato attaccato da un gruppo di miliziani, il cui esito è stata la morte di due persone del servizio di sicurezza, oltre ai tre terroristi, ed il grave ferimento di un passante. L’attacco è stato rivendicato dal Fronte di Liberazione del Balochistan (BLA) attraverso il suo account Twitter, nel quale ha fornito maggiori dettagli circa i tre miliziani. Il BLA è un’organizzazione terroristica per il governo pachistano, in quanto sostiene l’indipendenza delle province sudoccidentali del paese. Nel corso degli ultimi anni il gruppo ha rivolto la sua attività terroristica contro il China Pakistan Economic Corridor, il mega progetto infrastrutturale di costruzione cinese che dovrebbe unire la provincia dello Xinjiang con il porto pachistano di Gwadar. Il BLA ritiene i governi di Pechino ed Islamabad oppressori, in quanto starebbero impedendo lo sviluppo economico del Balochistan, ma questo è il primo attacco diretto a rappresentanti cinesi. I separatisti baloci sono particolarmente preoccupati dal fatto che gli investimenti per il CPEC possano condurre a cambiamenti demografici importanti, condannandoli diventare minoranza nel loro stesso territorio. Il tutto si inserisce nel già complicato scenario strategico dell’area che vede l’ingombrante presenza dell’India ed il complicato e tuttora irrisolto puzzle afghano.

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