La Cina e la strategia portuale globale

La strategia di espansione economico-commerciale cinese, esplicitata attraverso la definizione di Belt and Road Initiative, implica la necessità di ottenere il controllo, per la parte marittima, di alcuni dei principali porti mondiali. L’attenzione degli strateghi è spesso concentrata sul controllo cinese dei porti di Hambantota nello Sri Lanka o di Gwadar in Pakistan, ma lo sguardo vigile cinese è orientato ad ampio spettro, attraverso principalmente due cavalli di troia rappresentati dalle società, a guida statale, China Merchant Port Holding (CMPH) e COSCO Shipping. Nel 2013, ad esempio, CMPH ha acquisito il 49% dell’operatore commerciale di container TERMINAL LINK ( il restante 51% è francese), che gestisce i porti francesi di Le Havre e Dunkirk, quelli belgi di Anversa e Bruges, quelli statunitensi di Houston e Miami. COSCO Shipping, invece, possiede una delle maggiori flotte al mondo di container e opera in decine di terminal, ma non ha esitato ad acquistare la maggioranza del porto greco del Pireo. Le preoccupazioni europee e americane circa le reali intenzioni della Cina per tali acquisizioni sono giustificate, soprattutto se si guarda ai casi di trappola del debito, ma gli enormi investimenti cinesi nel settore portuale hanno consentito anche la ripresa e lo sviluppo di impianti dimenticati ed in gravi difficoltà. La capacità delle autorità, soprattutto europee, dovrà essere propria quella di trovare il giusto modo per porre un freno agli investimenti cinesi in alcuni settori strategici, senza precludersi in toto la possibilità di ricevere fondi per altri progetti infrastrutturali.

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Nasce la Zona di libero scambio africana

Con il deposito della ratifica della Repubblica Democratica Araba Sarahawi , 22esima entità a farlo, è entrata nella sua fase finale la Zona di libero scambio continentale africana, il cui accordo era stato siglato il 21 marzo 2018 da 49 stati africani. La creazione di questo gigantesco mercato africano, che nella sua interezza interesserà circa 1,2 miliardi di persone, entrerà in vigore il prossimo 30 maggio. Gli esperti dell’Unione Africana, nel cui ambito è stata partorita questa iniziativa, e i ministri africani del commercio si incontreranno a giugno nel vertice di Kampala, in Uganda, dove dovranno essere poste le basi per il funzionamento di questo mercato comune. Le sfide che questa zona di libero scambio pone sono importanti e riguardano principalmente l’abbassamento dei diritti doganali e la semplificazione delle procedure alle frontiere, ma anche smantellare gli ostacoli non tariffari e organizzare i pagamenti transfrontalieri. Sfide importanti, che potranno essere sorpassate soltanto attraverso un lavoro comune e la consapevolezza che gli scambi commerciali intra-africani potrebbero aumentare del 15-25%, portando benefici a tutto il continente.

Un po’ di risultati elettorali

Nelle scorse settimane si sono svolte diverse tornate elettorali, in alcuni paesi che generalmente sono considerati, per usare un linguaggio calcistico, di Serie B, ma che rivestono un’importanza strategica rilevante. In Indonesia, il paese con la popolazione musulmana più numerosa al mondo, si sono svolte le elezioni presidenziali che hanno confermato l’incumbent Joko Widodo, detto Jokowi. L’Indonesia, oltre ad essere uno dei paesi a più rapida crescita economica al mondo, è uno degli stati in bilico tra una crescente influenza russa e la storica presenza degli USA nell’area. Adesso bisognerà vedere Jokowi dove riuscirà o dove deciderà di posizionare il paese. Nelle neo nominata Repubblica di Nord Macedonia, invece, lo scontro strategico è tra USA e Russia e le recenti elezioni presidenziali hanno attribuito la vittoria a Stevo Pendarovski, candidato della coalizinone al governo, sostenuto dall’Occidente. Ora per il paese balcanico si aprono le porte dell’adesione a Unione Europea e NATO. A Panama Laurentino “Nito” Cortizo ha vinto, seppur di poco, le elezioni presidenziali del paese centroamericano sconfiggendo il rivale Romulo Roux. Cortizo è molto vicino agli USA, avendo studiato lì diversi anni, ed avrà il compito di risollevare la fama del paese, colpita duramente dalla vicenda dei Panama Papers, nonché di opporsi all’espansione cinese che, da tempo, pensa alla costruzione di un altro canale in territorio nicaraguense.

Gli Stati Uniti alla guerra del gas

La guerra aperta tra USA e Russia si è, oramai, estesa anche ad altri fattori, oltre che al piano puramente strategico-militare. Uno di questi fattori è diventato quello energetico, grazie anche agli enormi progressi compiuti dagli Stati Uniti nei settori dello shale oil and gas. La ferma opposizione del governo statunitense alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2 è dovuta, allo stesso modo, sia alla necessità di evitare un’eccessiva dipendenza dell’Europa dalla Russia, sia alla altrettanto impellente necessità di vendere il proprio gas. Recentemente, il segretario all’energia statunitense ha sottolineato l’opportunità per la UE di potersi sganciare dalla Russia, acquisendo il LNG statunitense: e pazienza se il costo è maggiore, a causa della necessità di provvedere alla liquefazione del gas, perché l’importanza strategica di questo passo è rilevante. La Commissione Europea, per bocca del suo presidente Jean Claude Juncker, ha confermato la volontà di acquisire maggior quantità di gas dagli USA, nell’ottica di diversificare meglio gli approvvigionamenti, ed infatti nel corso del 2018 c’è stato un incremento del 272% delle importazioni di gas, pari a circa 10.4 miliardi di metri cubi.

Geopolitica delle terre rare

Nei prossimi anni la domanda globale di minerali rari aumenterà vertiginosamente per la transizione energetica che il mondo si prepara ad affrontare, ma la supply chain è molto vulnerabile. La Cina si è impadronita della gran parte dei giacimenti di “terre rare” e, nonostante l’aumento della domanda interna per questo tipo di materiali, le economie sviluppate che approcciano in maniera più decisa alle nuove tecnologie si trovano dinanzi ad un ostacolo importante.

L’utilizzo di tali materie rari, rappresentate nella 6 riga della tavola periodica degli elementi, è molto diverso ed ampio e richiede spesso la combinazione di due o più elementi. La loro allocazione non è uguale e ciò consente una prima divisione tra Light Rare Earth Elements (LREE) e Heavy Rare Earth Elements (HREE). In Cina vi è un terzo dei depositi di terre rare, con oltre il 70% dei depositi di LREE cinesi concentrati nella regione della Inner Mongolia, in particolare nella miniera di Baotou Bayan Obo. La predominanza della Cina in questo settore si è manifestata nel 2010, quando il governo cinese ha bloccato l’esportazione di metalli rari verso il Giappone, causando indirettamente danno anche agli USA, consumatori avidi di prodotti tecnologici nipponici. USA e Giappone hanno, in seguito, ottenuto una sentenza favorevole in ambito WTO e la ripresa delle esportazioni di materiali rari, ma hanno fallito, almeno sino ad ora, nella ricerca di valide alternative agli approvvigionamenti cinesi. Le enormi implicazioni ambientali e gli alti costi di estrazione hanno bloccato sul nascere diverse iniziative estrattive in alcuni paesi sviluppati, lasciando vive solo due alternative alla Cina, ovvero Australia e Groenlandia. Ma il futuro è ancora cinese, a meno che non si decida di intraprendere una nuova strada tecnologica più conveniente.

USA vs Guardie Rivoluzionarie

Lo scorso 8 aprile l’amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump ha dichiarato organizzazione terroristica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC). Tale atto diventerà effettivo a partire dal prossimo 15 aprile, a meno che il Congresso non decida di bloccarlo con una mozione comune, cosa alquanto improbabile. La decisione dell’amministrazione Trump è motivata dal fatto che il governo iraniano è ritenuto colpevole, per il tramite delle guardie, di tutta una serie di attentati avvenuti in passato ai danni delle forze statunitensi e di aver causato la morte di oltre 600 soldati statunitensi, nel corso dell’Operazione Iraqi Freedom. Subito dopo l’annuncio del segretario di Stato Mike Pompeo, il governo iraniano ha dichiarato organizzazione terroristica l’esercito statunitense. La scelta statunitense, che secondo alcuni critici non avrebbe effetti concreti, potrebbe essere stata voluta da una parte per aumentare il sostegno a favore di Benjamin Netanyahu nelle elezioni israeliane del 9 aprile, dall’altra per garantire allo stesso Trump un ulteriore sprint in vista delle elezioni del 2020. Di certo è che se nel 2020 i repubblicani dovessero essere sorpassati dai democratici, sarà molto difficile tornare indietro e riprendere le fila del discorso introno al nucleare iraniano.

Risolta la disputa tra Singapore e Malesia

Al temine di una controversia che dura da diversi mesi, Singapore e Malesia hanno raggiunto un accordo per la definizione delle rispettive procedure di trasporto aereo. Secondo quanto definito dall’accordo, Singapore porrà fine alle procedure di atterraggio del suo aeroporto di Seletar, mentre la Malesia aprirà al traffico l’area di Pasir Gudang al confine tra i due stati. L’accordo consentirà alla compagnia aerea malese Firefly di iniziare le sue operazioni verso l’aeroporto di Seletar, interrotte a causa di tale disputa. Il Primo Ministro della Malesia Mahathir Mohamad e quello di Singapore Lee Hsien Loong si sono incontrati l’8 e 9 aprile per cementare questa intesa.

Il WTO dá ragione alla Russia

La Russia ha ottenuto un’importante vittoria nei confronti dell’Ucraina, a seguito di una pronuncia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). La sentenza del WTO riguarda un complaint mosso dal governo di Kiev che sosteneva di aver ottenuto una importante riduzione del commercio verso l’Asia ed i paesi del Caucaso, a causa degli impedimenti posti dalla Russia lungo le arterie ferroviarie e stradali. La decisione russa era motivata, nella parole del presidente Vladimir Putin, dalla necessità di garantire la sicurezza nazionale, in virtù del conflitto che la vede contrapposta all’Ucraina. Il panel del WTO ha affermato che esiste una situazione problematica nelle relazioni tra Russia e Ucraina che costituisce un’emergenza nelle relazioni internazionali e quindi il richiamo alla sicurezza nazionale. Gli esperti del WTO hanno specificato che ogni richiamo del genere deve essere obiettivamente vero e relativo a armi, guerre, materiale fissile o ad un’emergenza nelle relazioni internazionali. Tale sentenza, la prima di questo genere, apre scenari impensabili fino a qualche tempo fa ed apre la porta a rivendicazioni simili di molti altri paesi, incluso gli USA di Donald Trump che vorrebbero imporre tariffe su alcuni beni quali alluminio, acciaio e autovetture proprio in virtù della preminenza dell’interesse nazionale.

L’India e Modi

Sono state comunicate le date in cui si svolgeranno le elezioni indiane che, in virtù della vastità del paese, si svolgeranno in sette fasi dall’11 Aprile al 19 Maggio 2019. Il risultato elettorale rappresenterà un referendum sul governo di Narendra Modi e sul futuro di un paese che nei prossimi anni si appresta ad accrescere in maniera considerevole il proprio peso politico, sfruttando un’economia che viaggia a ritmi di crescita sostenuti. La corsa al premierato si sta facendo sempre più intensa, ancorché limitata ad una corsa a due tra il premier uscente Narendra Modi, leader del Bharatyia Janata Party, e Rahul Gandhi, ennesimo rappresentante della dinastia più importante del paese e leader del Partito del Congresso. In queste ore le principali società di social network hanno reso noto di aver implementato una procedura per il blocco delle fake news che generalmente proliferano in prossimità delle tornate elettorali. Aldilà di questo aspetto è evidente che l’esito elettorale si giocherà principalmente sui risultati economici ed in questo Narendra Modi può avere un vantaggio, perché il paese sta crescendo a ritmi sostenuti e si appresta a diventare la terza economia mondiale, dietro a USA e Cina. Ci sono però altri due aspetti che avranno peso nelle elezioni: il fattore indu ed il conflitto con il Pakistan. Nel primo caso il BJP è un partito fortemente agganciato alla componente indù del paese e Modi non ha mancato occasione di prediligere questa componente del paese, screditando le altre componenti sociali del paese, in particolare quella musulmana. Ciò potrebbe creare risultati molto divergenti nei vari stati del paese, ed esacerbare la tensione interna. La contesa col Pakistan sul Kashmir, nonostante sia un conflitto latente da anni, ha subito un’impennata proprio in queste settimane antecedenti la tornata elettorale, mostrando un avvicinamento delle dinamiche politiche indiane a quelle occidentali ovvero rinfocolare il nazionalismo andando a cercare un nemico esterno. La serie di passi intrapresi negli ultimi tempi ed un’economia in forte crescita dovrebbero garantire a Narendra Modi una facile vittoria, a discapito, però, dell’unità del paese che potrebbe andare incontro ad una negativa polarizzazione sociale e religiosa.

Tornate elettorali che preoccupano

Mentre la gran parte delle attenzioni degli analisti di politica internazionale sono rivolti alla enigmatica situazione britannica, in quest’ultima settimana si sono svolti importanti tornate elettorali che hanno fornito altrettante indicazioni politiche. Non se ne è parlato molto sulla stampa ma in Slovacchia e Thailandia, due paesi agli antipodi tra loro, si sono avuti due risultati di uguale rilevanza. In Slovacchia la corsa alle presidenziali è stata vinta al ballottaggio da Zuzana Caputova, che diventa così il primo presidente donna della Repubblica nata dalla scissione della Cecoslovacchia nel 1993. Caputova ha ottenuto il 58.4% dei voti contro il 41.6% del suo opponente, il leader del partito di governo Maros Sefcovic. La vittoria della Caputova è stata sorprendente non solo perché la 45enne avvocatessa è una novità politica, ma soprattutto perché è una liberale e pro-europa. la sua affermazione potrebbe rompere quel patto che aveva legato governi conservatori di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia nel far fronte comune contro l’Unione Europea, guadagnandosi l’appellativo di Gruppo di Visegrad. Il potere del presidente della Repubblica è ridotto rispetto a quello del Primo Ministro, ma il segnale lanciato da questo risultato elettorale è importante, soprattutto in vista delle elezioni europee di maggio. In Thailandia, invece, lo stupore generato dal risultato delle elezioni parlamentari del 24 marzo, le prime dopo il colpo di stato del 2014, deriva dal fatto che ad affermarsi sono stati i partiti legati alla giunta militare, che hanno prevalso sui partiti dell’opposizione per oltre 500 mila voti. Lo svolgimento di questa tornata elettorale era vista da molti come un modo per dare una svolta alle rigidità imposta dalla giunta militare. Ma gli elettori thailandesi hanno preferito la conservazione, benché non manchino le accuse di brogli. In queste ore, inoltre, si sta procedendo alla conta dei voti in Ucraina e Turchia. In Ucraina si sono svolte le elezioni presidenziali e ad affermarsi, secondo i primi dati parziali, è Vladimir Zelensky, attore comico novizio della politica, che dovrà affrontare il presidente Pedro Poroshenko nel ballottaggio del 21 aprile. In Turchia, invece, si sono svolte le elezioni comunali, dove il partito AKP del presidente Erdogan avrebbe perso la capitale Ankara e sarebbe in bilico anche ad Istanbul, dominando invece nell’Anatolia più profonda. È un dato difficile da analizzare, i cui esiti potranno essere valutati solo con le prossime mosse di Erdogan. All’orizzonte ci sono, però, altre tornate elettorali che fanno tremare i polsi, perché interesseranno paesi di grande importanza politica (Israele – 7 Aprile), religiosa (Indonesia – 14 Aprile) e strategica (Afghanistan – 20 Aprile, Nord Macedonia – 21 Aprile), senza dimenticare le elezioni politiche finlandesi del 14 aprile che costituiranno un ennesimo anticipo delle elezioni europee del 23-26 maggio prossimi.

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