Elezioni nel Donbass

Domenica scorso si sono svolte delle tornate elettorali nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, regioni ucraine controllate da milizie pro-Russia sin dal 2014. I risultati dello spoglio hanno confermato alla guida delle due regioni separatiste i due leader attualmente in carica, ovvero Denis Pushilin a Donetsk e Leonid Pasechnik a Lugansk, con rispettivamente il 61% ed il 68% dei voti espressi. Le elezioni sono state dichiarate illegali e illegittime dai principali stati europei che sostengono l’Ucraina, sostenendo che queste tornate elettorali sono contrarie agli accordi di Minsk siglati nel 2015. L’influenza/controllo sulle due regioni da parte di Mosca, ed in maniera diretta di Vladimir Putin, è evidente, nonostante le smentite ufficiali del governo russo, e mira a creare delle regioni cuscinetto al confine tra Europa (vedi Stati Uniti) e Russia.

Annunci

Lo Sri Lanka conteso da India e Cina

Sono giorni molto turbolenti in Sri Lanka. Lo scorso 28 ottobre il presidente cingalese Maithripala Sirisena ha improvvisamente licenziato il primo ministro in carica Ranil Wickremesinghe e conferito l’incarico all’ex presidente Mahinda Rajapaksa. Sirisena ha motivato la decisione con un tentato omicidio ai suoi danni e le difficoltà economiche. La decisione, fortemente criticata dalle principali organizzazioni internazionali, ha causato numerose proteste nel paese con scontri che hanno causato alcune vittime. La situazione è degenerata dopo che Wickremesinghe ha rifiutato di lasciare il suo posto e Sirisena ha deciso di sciogliere il Parlamento, per andare a nuove elezioni. In questo bailamme politico si è inserita la Corte Suprema alla quale hanno fatto appello le opposizioni. In attesa di ulteriori evoluzioni, bisogna sottolineare che la questione ha importanti implicazioni geopolitiche in un paese controllato dal vicino gigante indiano ma, allo stesso tempo, fortemente indebitato con la Cina per i finanziamenti ricevuti per le sue infrastrutture, progetti tutti concepiti nell’epoca Rajapaksa dal 2005 al 2015.

Lo strumento geopolitico S-400

I recenti contratti siglati da Turchia e India per l’acquisto del sistema missilistico di difesa aerea S-400, di fabbricazione russa, hanno fatto suonare l’allarme in diverse cancellerie occidentali. L’allarme è suonato, innanzi tutto, perché il sistema S-400 si sta rivelando un ottimo prodotto dell’industria bellica russa, tornata, almeno così sembra, a livelli del periodo della guerra fredda. L’allarme è suonato più forte, però, perché a comprare il tanto agognato sistema d’arma sono state due nazioni dichiaratamente alleate degli Stati Uniti e dell’occidente in generale. La Turchia è un membro importante della NATO, e il sistema S-400, non compatibile con i principali sistemi d’arma della NATO, potrebbe spingere i turchi ad una pericolosa condivisione di informazioni, per farlo funzionare. L’india, invece, ha assunto un ruolo importante nella recente declinazione strategica statunitense nei confronti dell’Indo Pacifico: qualche analista si è spinto a riesumare un vecchio termine, QUAD, ad indicare l’alleanza tra Stati Uniti, India, Australia e Giappone, per il controllo dello scacchiere pacifico. Queste due scelte mettono in discussione le certezze statunitensi che, unite alla crescente intraprendenza cinese, sono preludio ad una probabile rivisitazione della dottrina strategica nell’area.

La libertà di informazione in Bangladesh

Il presidente bengalese Abdul Hamid ha dato la sua approvazione ad una nuova, controversa legge che, secondo i critici, potrebbe limitare la libertà di parola e di stampa. Il parlamento aveva già approvato il Digital Security Act lo scorso 19 settembre, riprendendo una vecchia legge dell’epoca coloniale, mentre il presidente ha dato il suo assenso soltanto lunedì 8 ottobre. Secondo i più fieri oppositori, il decreto rappresenta l’ultimo atto in direzione autoritaria del premier Sheikh Hasina, già molto criticato per la dura risposta alle manifestazioni studentesche di Agosto e per la guerra alla droga, che avrebbe già causato numerose morti sospette.

I talebani chiedono aiuto alla Cina

È forse passata un po’ in sordina la notizia che uno dei leader dei talebani pachistani, Maulana Samiul Haq, ha chiesto alla Cina un maggior coinvolgimento nelle negoziazioni per porre fine al conflitto afghano. Nel corso di un seminario nei pressi di Peshawar Maulana Samiul Haq, ritenuto molto vicino anche ai talebani afghani, ha affermato che la Cina sarebbe la benvenuta nelle negoziazioni, in virtù della maggior presa nello specifico ambito regionale. Il governo cinese è da tempo interessato alla questione afghana, soprattutto per il probabile coinvolgimento degli Uiguri musulmani che causerebbe problemi nello Xinjiang. La Cina ha da tempo aumentato il suo impegno economico ed infrastrutturale nel martoriato Afghanistan, costruendo, secondo alcuni, anche una base segreta. Inoltre, Afghanistan e Pakistan rappresentano due snodi cruciali anche per lo sviluppo della Belt and Road Initiative.

Lettonia nell’incertezza

Le elezioni politiche del 6 ottobre in Lettonia hanno consegnato la vittoria al partito Harmony che ha ottenuto quasi il 20% dei voti. Chiaramente la percentuale di voti ottenuta non è sufficiente a garantire la formazione di una coalizione di governo. Il partito, guidato dal sindaco della capitale Riga Nils Usakovs, ha ottenuto la maggioranza dei voti anche nelle due precedenti elezioni, ma gli altri partiti si sono rifiutati di costituire una coalizione, a causa dei suoi presunti legami con la Russia. L’attuale coalizione di governo è costituita dall’unione di tre partiti l’Unione dei Verdi e degli Agricoltori, l’Alleanza Nazionale e Unità che hanno ottenuto, rispettivamente, 9.9%, 11% e 6.7% dei voti espressi. I due partiti neo formati, KPV e Neo Conservatori, hanno ottenuto, rispettivamente, circa il 14% dei voti, diventando la seconda e la terza forza politica del paese. I risultati elettorali e le indicazioni dei partiti, antecedenti la votazione, fanno presagire settimane di trattative per la formazione di un nuovo governo, che potrebbero generare incertezza nel caso gli esiti non fossero positivi.

In arrivo il nuovo governo iracheno

Dopo alcuni mesi di turbolenza, seguiti alle elezioni politiche del 12 maggio , il parlamento iracheno ha provveduto alla nomina del nuovo presidente del paese. La scelta è ricaduta sull’esponente politico curdo Barham Salih, 58 anni, ingegnere cresciuto in Gran Bretagna che ha già occupato alcune posizioni sia nel governo centrale che nel governo federale del Kurdistan. La presidenza, posizione largamente di tipo cerimoniale, è generalmente assegnata ad un esponente curdo, mentre il premier è assegnato alla componente sciita e lo speaker del parlamento a quella sunnita. Secondo la costituzione irachena il presidente Salih ha 15 giorni di tempo per nominare il primo ministro, ma questo passo è stato compiuto soltanto due ore dopo la sua elezione alla presidenza. Il nuovo presidente ha immediatamente nominato lo sciita Adel Abdul Mahdi quale primo ministro che ha adesso 30 giorni di tempo per formare un governo. La scelta di Mahdi è stata condivisa e sostenuta dai principali partiti iracheni, benché in opposizione tra loro, ovvero il blocco definito Binaa, retto da Hadi al.-Amiri e Nuri al-Maliki, ed il blocco Islah, al quale partecipano Moqtada al-Sadr ed il premier uscente Haider al-Abadi. Negli schieramenti si riflettono anche gli interessi delle potenze esterne: Maliki e Amiri sono vicini agli USA, Abadi vall’Iran, Sadr è invece un elemento neutro.

Mine e negoziati in Corea del Nord

La settimana scorsa è stata diffusa la notizia che Corea del Nord e Corea del Sud hanno iniziato a sminare il loro confine, in un tentativo di alleviare la tensione nella penisola divisa. L’accordo tra le due nazioni, tecnicamente ancora in guerra, è stato raggiunto al meeting di Pyongyang del mese scorso. Oltre 800 mila mine sarebbero state piantate al confine nel corso della guerra 1950-1953 e negli anni successivi. Le forze militari statunitensi, schierate nella zona smilitarizzata di 250 km, forniranno il supporto necessario per la messa in piedi dell’operazione. È un passo importante verso la normalizzazione dei rapporti tra le due Coree ed il terzo attore rappresentato dagli Stati Uniti. La normalizzazione dei rapporti è confermata anche da un prossimo vertice tra Kim Jong-un e Donald Trump, annunciato dal segretario di Stato Mike Pompeo nel corso del suo tour in Asia. Al momento, non sono pervenute reazioni dalla Cina, altro attore molto interessato all’evoluzione della situazione.

Le decisioni dell’Eurogruppo

Lunedì 1 ottobre c’è stato il summit dell’Eurogruppo, ovvero l’incontro tra i rappresentanti dei paesi dell’Union Europea che hanno adottato l’Euro. I principali temi trattati sono stati: il ruolo degli stabilizzatori automatici nazionali, le prossime riunioni del G20 e del Fondo Monatario Internazionale, la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM). Per quanto riguarda la prima tematica, nel fornire una spiegazione dei sistemi vigenti in ciascuna paese, è stata messa in rilievo l’importanza di tali meccanismi, in particolare per i paesi appartenenti all’unione monetaria. Sono stati analizzati anche i recenti movimenti in termini di tassi di cambio dell’Euro nei confronti delle principali valute internazionali. Per quanto riguarda l’ESM, la discussione dell’Eurogruppo si è focalizzata sul ruolo del meccanismo nella gestione e prevenzione delle crisi, nonché della possibilità di modificare lo strumento.

Il problema francese di Narendra Modi

In India si parla da tempo di uno scandalo politico, economico e militare che riguarda da vicino, almeno così sembra, il premier Narendra Modi. Per la precisione l’India, il secondo importatore di armamenti al mondo nel 2017, ha siglato, nel 2016, un accordo con il governo francese per l’acquisto di 36 aerei Rafale, jet multiruolo prodotti dalla ditta Dassault Aviation. L’acquisto di questi nuovi aerei da combattimento si è reso necessario per la vetustà del parco aeromobili indiano, più volte sottolineato dai vertici delle Forze Armate. All’interno del contratto di acquisto, siglato da Modi con l’allora presidente francese Francois Hollande, era stata posta una clausola che obbligava la Francia a reinvestire nel paese almeno il 30% del valore dell’acquisizione. Dassault decise all’epoca di investire il 50% dei circa 8.7 miliardi di dollari del contratto, producendo in loco alcune componenti del jet, affidandosi alla Reliance Defence di Anil Ambani, miliardario indiano e amico di Modi. Sin dal primo momento in cui è stato finalizzato l’acquisto, il Partito del Congresso, attualmente all’opposizione, ha accusato il premier Modi di aver favorito un suo diretto amico. Da allora è stato un continuo rimbalzarsi di responsabilità, con i governi di Francia e India che negano di aver avuto alcun interesse nella faccenda e affermano di aver lasciato mano libera alle aziende contraenti. Al governo Modi viene inoltre rinfacciato di non aver portato innanzi un contratto stipulato dai suoi predecessori per l’acquisto di jet, in quanto favorivano la Hindustan Aeronautics Limited, decidendo di intraprendere una nuova azione, puntanto quindi sull’azienda dell’amico Ambani. In tutto ciò, il paese necessita urgentemente di nuovi aerei: gli attuali 31 squadroni disponibili non sono sufficienti ad affrontare il peggiore degli scenari possibili, ovvero una guerra su due fronti con Cina e Pakistan.

Un sito di Geopolitica, Politica Internazionale e Global Thinking